La squadra dei "pulcini" dello Sporting Predappio ha bisogno di uno sponsor che fornisca le divise ai suoi tesserati. Si offre un negozio del paese - uno dei tanti, a Predappio, che vende souvenir e oggettistica a tema Ventennio - e le casacche vengono realizzate. Il colore scelto è il viola. Per il brand viene approvata la dicitura "Predappio Tricolore". Tutti i genitori sono d'accordo. Tutti tranne uno, che si oppone.
Quella scritta, secondo lui, costituisce un richiamo al fascismo. La polemica s'infiamma. L'uomo chiede che la parola "Tricolore" venga sostituita con "Souvenir". Gli altri genitori e i dirigenti della squadra sono stupiti. E anche un po' infastiditi. Dopo tutte le difficoltà nel trovare uno sponsor, era davvero necessario sollevare la questione? Si chiedono. Probabilmente no. Anche perché il responsabile del settore giovanile è Gianni Flamigni, ex calciatore di Forlì e Cesena che nel 2019 è stato candidato sindaco appoggiato dal Pd, in opposizione proprio all'attuale primo cittadino Canali. Insomma, una persona che non può certo essere accusata di nutrire simpatie per il Duce e il Ventennio. Ma il dibattito ormai è aperto.
Flamigni interviene in prima persona: "Con queste magliette - spiega - abbiamo giocato tutto l'anno scorso, abbiamo girato tutta la Romagna senza che nessuno si sentisse offeso. Ora la presa di posizione di un genitore, che si sente urtato dal logo e che per questo ha deciso di ritirare il figlio dai Pulcini. Cosa che ci dispiace moltissimo". L'ex calciatore rimane però convinto che "la società sia dalla parte del giusto. La maglietta è viola, non ha nessun disegno o richiamo esplicito. Il nome è quello del negozio".
"Siamo una comunità – continua Flamigni - dobbiamo vivere insieme, questa azienda pensava di fare un'opera di bene. Non possiamo essere messi in discussione perché abbiamo accettato questo negozio come sponsor, un'attività che comunque ha scelto di credere in un progetto". "Abbiamo, come società, epurato le magliette di qualunque presupposto che riportasse a una idea di esaltazione del fascismo. La società ha pensato di utilizzare queste magliette, ha chiesto anche a tutti i genitori. Pensiamo di essere dalla parte del giusto. Abbiamo cercato col genitore di venirci incontro. Perdere un bambino è una sconfitta. A Predappio fare sport è quasi eroico. Siamo lontani dall'esaltazione di certi valori", ribadisce. "Non pensavamo di avere questa risonanza, ora vediamo se usare queste magliette o no, faremo un nuovo sondaggio coi genitori".
La diatriba viene ripresa anche dal sindaco di centrodestra di Predappio, Roberto Canali: "Direi per fortuna che c'è qualcuno che si impegna per i bambini. Erano tutti d'accordo mi pare - dice all’Ansa - ma è giusto che decidano i genitori". Dopotutto, il nome sulle maglie è proprio quello del negozio sponsor. "L'attività fa quello", continua il primo cittadino. "Se vogliamo sottilizzare su quello che vendono... ma sulle magliette... Se avessero fatto piadine si sarebbero chiamati 'Piadine'".
Insomma, la polemica poteva benissimo essere evitata. A maggior ragione se, come in questo caso, era chiaro fin dal principio che gli unici a pagarne le conseguenze sarebbero stati bambini tra i 9 e gli 11 anni il cui unico interesse, quando scendono in campo, è quello di segnare un gol ed esultare come Yamal. Di come è fatta la divisa che indossano e di chi la sponsorizza, a loro, importa poco.