"Mio figlio mi ha detto che c'era odore di arance, la metafora per spiegarmi che c'era un cadavere in casa". È una delle dichiarazioni della madre del killer riportata nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Torino, Antonio Borretta, per l'omicidio del pusher Fabio Colapietro. La donna è la madre di Cristian Matheus De Oliveira Morando, l'indagato principale del delitto di via Tommaso Gulli a Torino e che ha ripercorso minuto per minuto la telefonata drammatica ricevuta dal figlio, in preda a una forte crisi di panico e sotto l'effetto di stupefacenti, prima della confessione e dell'intervento della polizia.
In preda al delirio e terrorizzato all'idea di parlare apertamente al telefono, il giovane ha cercato di far capire alla madre la gravità di ciò che era accaduto all'interno dell'appartamento, dove il corpo della vittima giaceva smembrato nella vasca da bagno da giorni: "Mi ha detto che non potevo sopportare l'odore sgradevole delle arance", ha messo a verbale la donna, spiegando agli inquirenti come quella frase fosse una precisa cifra culturale: "Metafora utilizzata da mio figlio per farmi capire che dove si trovava vi era un odore acre di morte, visto che nel mio paese era costume mettere delle arance in una bacinella d'acqua per assorbire le esalazioni di una persona deceduta".
Ma non è tutto, perché nel racconto di Cristian, Keith Butig avrebbe avuto un ruolo nella fase iniziale dello smembramento, ma sarebbe poi riuscita ad allontanarsi dall'appartamento. La giovane avrebbe sostenuto di essere stata minacciata: "Dicevano che i cadaveri potevano diventare due, io ho solo comprato i sacchi". I racconti dei protagonisti, però, non coincidono completamente e la sequenza degli avvenimenti resta al vaglio della Procura.