Dall’assassinio di Walter Tobagi, il 28 maggio 1980 per mano di terroristi comunisti, all’adesione della Fnsi a una manifestazione in cui garrivano le bandiere della jihad è trascorso quasi mezzo secolo, nel corso del quale si è trasformata profondamente l’identità del sindacato dei giornalisti. Per intraprendere un cammino a ritroso, servirebbe un’inversione a U, impensabile perché negli ultimi cinque decenni la Fnsi ha subito un’involuzione che, da rappresentanza unitaria della categoria, l’ha resa ininfluente al pari di un gruppuscolo extraparlamentare di estrema sinistra, isolato dalla realtà sociale e politica del Paese.
Intanto sarebbe consigliabile fermare quella deriva, iniziando a condannare le espressioni di odio e violenza scaturite in piazza Montecitorio il 9 settembre, al sit-in contro il ddl antisemitismo, a cui la Fnsi aveva aderito perché il provvedimento, a parere delle associazioni promotrici della protesta, «tende a sovrapporre le critiche alle politiche di Israele con il razzismo antisemita». Per sottolineare quella posizione, qualcuno nell’occasione ha gridato: «Viva Hamas, Hezbollah, lunga vita a Nasrallah», esibendo in pubblico simboli e stendardi dei tagliagole islamici che hanno come loro fine principale lo sterminio degli ebrei.
SILENZIO IMBARAZZATO
Trascorsi venti giorni dall’accaduto, dalla Fnsi trapela appena un impercettibile imbarazzo per l’incidente, ma nessuna presa di distanze ufficiale. Né dalla segreteria né dalle associazioni regionali federate. Un silenzio che chi scrive ha ritenuto di rompere, scrivendo una lettera di dimissioni irrevocabili alla segretaria della Fnsi e al presidente dell’Associazione Lombarda Giornalisti, per notificare la propria vergogna e la conseguente rinuncia all’adesione al sindacato, incompatibile con la mia coscienza in quanto «non posso tollerare per un minuto di più che la mia tessera sia usata per schierarsi con i terroristi e gli antisemiti».
Poi bisognerebbe informarsi un pochino sulla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance) e dei relativi indicatori, che la proposta di legge in discussione alla Camera dei Deputati indica come parametri per il corretto esercizio dei pubblici poteri. Eppure «benché, come altri organismi di categoria, avesse ricevuto la dichiarazione Ihra da parte dell’ambasciata di Israele, la Fnsi non l’ha mai sottoscritta». Sarebbe stato utile leggerla, prima di rifiutarla. Eccola qui: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto».
FORMULE CONTESTATE
C’è qualcosa che non va? Forse si dimentica un particolare, contenuto negli esempi proposti dall’International Holocaust Remembrance Alliance: «Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite». La formula citata e le spiegazioni in calce possono anche risultare sgradevoli per i seguaci di Adolf Hitler e i sostenitori del terrorismo islamico. Non c’è nessuna ragione per non condividerla, se non si è accecati dalla propaganda sul presunto “genocidio israeliano”, alla quale si ispirano gli autori di crimini d’odio nei confronti di rabbini o semplici passanti che indossano la kippah, così come il boicottaggio nei confronti di aziende di proprietà israeliana, che peraltro danno occupazione anche ad arabi e musulmani. E comunque, ai sindacati rivoluzionari, dei lavoratori non importa un granché.