E se alla fine fosse colpa del capitano Venturi? Proprio lui, l’affascinante protagonista di “Ris - Delitti imperfetti”, la serie tv che trasformò un reparto dei carabinieri in una star catodica, raccontata come fucina di intuizioni geniali e di indagini infallibili? In effetti dal 2005, anno della prima stagione televisiva, il Ris di Parma cessa di essere solo un laboratorio alle prese con macchie di sangue e bulbi piliferi. Diventa un fiore all’occhiello dell’Arma. I suoi uomini, a partire dal comandante Luciano Garofano, star mediatiche. La militanza nelle sue fila il trampolino per carriere nel business delle consulenze e delle perizie. A condizione che rimanga intatta la certezza popolare: i Ris non sbagliano. Mai.
Dell’incredibile vicenda di Garlasco, della interminabile fila di errori compiuti dagli ufficiali in tuta bianca nella caccia all’assassino di Chiara Poggi, ci saranno forse altre, più prosaiche, spiegazioni. Ma è lì, nell’ipertrofia dell’ego di Garofano e del suo reparto, che sta in buona parte la radice del vortice di errori che sembra inghiottire il Ris nel 2007, in una catastrofe di unghie sparite, impronte non viste, cestini non analizzati, campioni invertiti, provette mischiate. Man mano che gli strafalcioni emergevano, nel corso dell’ultima indagine, Garofano si è difeso un po’ scaricando sui suoi sottoposti, un po’ sostenendo che «bisogna ragionare con la cultura di vent’anni fa». Ma neanche la cultura delle caverne giustifica la malefatta che getta l’ombra della malafede su tutta la vicenda: con il Ris che il 20 agosto 2007 scopre, rifacendo le analisi, che sui pedali della bici di Alberto non c’è traccia né di sangue né di Dna, e invece di precipitarsi ad avvisare i pm imbosca la nuova analisi, imbrogliando la Procura e poi a cascata i difensori, i giudici fino in Cassazione, e buon ultimi i giornalisti. Così si innescano analisi e scontri interminabili sui pedali che Stasi avrebbe scambiato da una bici all’altra per fare sparire le tracce di Chiara. Chiacchiere al vento, perché di Dna sui pedali non c’era traccia. I Ris lo sapevano da 19 anni.
La sparizione delle due analisi che azzeravano la prova contro Alberto Stasi è di tale gravità che è già partito il rimbalzo tra i carabinieri dell’ epoca, con Garofano che dice che lui si fida dei suoi uomini ma non ne sapeva niente, e l’allora tenente Giorgio Portera che nega di avere fatto lui le analisi anche se la password è la sua: e apre la porta a foschi scenari di incursioni informatiche o di astuzie tra colleghi, come se chi stava davvero operando sul campione BU_P si preoccupasse da subito di non lasciare traccia. Non a caso, dopo avere interrogato Garofano e i suoi uomini di allora, Alberto Marino e Aldo Mattei, i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, all’ inizio di questo mese si precipitano a Parma, nella sede del Ris. Formalmente non è una perquisizione, di fatto lo è. La cattedrale delle investigazioni scientifiche viene violata per la prima volta.
Tanta determinazione nei carabinieri milanesi contro i colleghi nasce da un dato di fatto: il pasticcio del 20 settembre 2007 non è un caso isolato. E’ l’episodio più eclatante di una catena di mosse inspiegabili compiute da Ris di Parma prima e dopo quel giorno. Su una di queste, il comunicato dell’altro ieri di Fabio Napoleone, procuratore della Repubblica di Pavia, punta il dito apertamente: è l’analisi della famosa impronta 33, trovata sul muro delle scale accanto al corpo di Chiara, e analizzata in modo tale da neutralizzare ogni risposta utile. E non è tutto.
Con quell’impronta i Ris sembrano avere un conto in sospeso. La raschiano via dal muro da soli, senza convocare gli avvocati dell’indagato; poi portano l’intonaco a Parma, e lì la busta con l’intonaco sparisce nel nulla, allontanando per sempre una risposta certa alla domanda cruciale: è sangue, è la mano dell’assassino?
L’intonaco delle scale non è l’unico reperto a svanire dal Palazzo del Giardino, la sede parmense dei Ris. Sparisce l’unghia del mignolo sinistro di Chiara, che tanto sarebbe utile oggi per cercare altre tracce del Dna. Mentre le altre unghie vengono buttate alla rinfusa in due provette, mischiate le une alle altre. E così, errore dopo errore, la possibilità di scoprire la verità si allontana.
Si potrebbe andare avanti a lungo con questo elenco, dove è ormai impossibile distinguere la superficialità e il pressapochismo dalla leggerezza dettata da una convinzione: Alberto Stasi era il colpevole ideale, e tutto doveva puntare ad incastrarlo. Soprattutto, tutto doveva servire a celebrare l’ennesima impresa del Ris, ad accrescerne il prestigio e il potere: sì, perché i successi portano risorse economiche, e le risorse diventano potere. Ora l’intera storia di quel disastro viene riscritta, e irrompe sulla questione della condanna che ancora pende sulla testa di Alberto Stasi, spedito in galera per dieci anni anche grazie all’analisi fatta sparire.
La quale è destinata a diventare il pezzo forte della richiesta di revisione della condanna di Stasi che i difensori dell’ex bocconiano, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, si preparano a depositare: pezzo forte ma non unico, perché - spiega De Rensis - «nelle nostre indagini è emerso anche molto altro e molto importante». E l’analisi sparita spazzerà via anche i dubbi che la Procura generale di Milano ancora nutriva sulla necessità di chiedere essa stessa la cancellazione della condanna. A Francesca Nanni, procuratore generale, le carte da Pavia non sono ancora arrivate. Ma ha letto il comunicato del collega Napoleone. E le è bastato per capirne l’importanza decisiva.