Chissà se Andrea Sempio, nelle lunghe ore passate con i suoi avvocati e consulenti, ha dovuto esaminare le foto del corpo di Chiara Poggi. Se è lui l’assassino, sarà stato un flashback folgorante: immagini che aveva visto dal vivo una mattina di 19 anni fa e che aveva confinato in un angolo della sua testa complicata. Se è innocente, come continua a proclamare, la sua reazione sarà stata quella di chiunque si sia trovato a vederle: l’orrore. Ma di quell’orrore lui sta per essere chiamato a rispondere.
La lunga partita tra accusa e difesa intorno al delitto di Garlasco è chiusa e adesso, finalmente, la parola sta per passare a un giudice. La Procura di Pavia ha messo le sue ultime carte sul tavolo venti giorni fa, con le relazioni tecniche che, secondo il procuratore Fabio Napoleone e il suo vice Stefano Civardi, incastrano Sempio. Ieri sono stati i due difensori dell’indagato, Angela Taccia e Liborio Cataliotti, a depositare le cinque consulenze che, a loro dire, dimostrano l’innocenza di Andrea. Non si limitano a rivendicare di aver smontato le tesi della Procura. Non parlano di prove insufficienti o mancanti. Vanno oltre: affermano che esiste la prova del contrario.
Non può essere stato Sempio a uccidere Chiara.
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Nelle carte del Ris c'è un documento che collega due figure chiave della vicenda Garlasco: la magistrata che ...Ed eccole, le cinque consulenze della difesa Sempio. Un lungo e complesso lavoro di esperti scientifici, non sempre di facile comprensione. Alla fine, però, emerge con chiarezza un dato: l’arma decisiva della difesa, il punto su cui si giocherà buona parte dello scontro in aula con i pubblici ministeri, è l’impronta numero 6. È l’immagine ormai celebre della traccia di una scarpa a pallini lasciata davanti al lavandino di casa Poggi dall’assassino, mentre cercava in qualche modo di ripulirsi dal sangue della vittima. Tra i numerosi indizi rinvenuti nella villa di via Pascoli, l’impronta 6 è l’unica traccia netta lasciata con certezza da chi aveva appena finito di colpire a morte la ragazza. Se il piede di Sempio è incompatibile con quell’impronta, Sempio è innocente.
La linea della Procura è nota: l’impronta 6, appartenente a un piede numero 42 e attribuita nel processo ad Alberto Stasi, potrebbe in realtà adattarsi anche a un 44, il numero di Sempio. Nessuno all’epoca del delitto, e nemmeno durante le indagini del 2016, si prese la briga di sequestrargli le scarpe e misurargli il piede: evidentemente, per i magistrati è possibile che il Sempio 19enne avesse un piede più piccolo rispetto a ora.
Neanche per idea, replicano l’ortopedico Andrea Martini e il medico legale Sabino Pelosi. Sottopongono Sempio a una serie di accertamenti: lo fanno sdraiare su un lettino, gli misurano il piede e gli eseguono radiografie. La conclusione è che, a 19 anni, aveva già completato il proprio sviluppo. È vero che nel frattempo è ingrassato di 14 chili, ma i piedi «non mostrano esiti di fratture né alterazioni osteoarticolari che, secondo gli autori, facciano ipotizzare significativi cambiamenti della struttura del piede nel tempo». Se oggi porta il 44, lo portava anche allora.
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"Mi auguro di non arrivare al vero e proprio processo. Da un lato sono contento che finalmente sia stata chiusa l...La contromossa della Procura, per aggirare l’ostacolo, è un’altra: forse l’impronta 6 venne valutata male e la scarpa non era del 42, ma di uno o due numeri più grande, tanto da poter calzare anche a Sempio. Anche su questa ipotesi i suoi difensori vanno giù pesanti: la valutazione dell’impronta fu effettivamente sbagliata, ma per eccesso. L’assassino poteva calzare anche il 40, di sicuro non il 44. Per sostenerlo, i difensori si avvalgono, insieme al criminologo Armando Palmegiani, della consulenza di Giacomo De Angelis, progettista di calzature. Acquistano sei paia di scarpe Frau, la marca di quelle attribuite all’assassino, nelle taglie dalla 39 alla 44, le confrontano al computer con l’impronta 6 e concludono che «l’impronta della scena del crimine presenta una maggiore corrispondenza dimensionale con la taglia 40 piuttosto che con la taglia 42».
Come si spiega una differenza così marcata rispetto ai calcoli della Procura? «La misura esterna del battistrada non coincide con lo spazio anatomico utile per il piede» e «per determinare la reale taglia occorre risalire alla dima della soletta di montaggio»: un passaggio che, secondo la difesa, la Procura di Pavia non ha mai compiuto.
Se in aula passa questa tesi, Sempio è fuori. Gli altri elementi a suo carico potrebbero anche restare sul tavolo: le consulenze depositate ieri dai difensori non dissipano i dubbi sul Dna trovato sotto le unghie di Chiara. Quanto all’impronta 33, lasciata sul muro accanto al corpo, i consulenti ammettono che potrebbe essere sua, ma sostenendo che non vi sia traccia di sangue, perché le analisi che non rilevarono la presenza di emoglobina erano attendibili. Ma, per la difesa, la scarpa a pallini spazza via ogni domanda residua.
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Sono cinque i temi delle consulenze depositate dalla difesa di Andrea Sempio contro le ultime relazioni dei pm sul delit...Allora chi ha ucciso Chiara? Nei giorni scorsi, in un’intervista a Porta a Porta, Sempio è stato netto: «La condanna di Stasi è giusta». Eppure, in almeno due passaggi dei documenti depositati ieri sembrano affiorare ipotesi più complicate, come se sulla scena entrasse un colpevole alternativo, o addirittura un secondo assassino.
È uno scenario che emerge dalla lettura incrociata della consulenza della genetista Marina Baldi sul Dna rinvenuto sotto le unghie di Chiara e del lavoro del medico legale Sabino Pelosi, che propone una ricostruzione diversa dell’aggressione. Secondo la Procura, Chiara si difese a lungo - e fu in quel frangente che il Dna dell’assassino finì sulle sue dita - e sopravvisse per decine di minuti. Pelosi non si limita a contestare le ricostruzioni, ma affronta anche un’altra domanda: quante armi furono utilizzate per uccidere la ragazza?
Una sola, sostiene la Procura, sulla base delle «particelle metalliche». Per la difesa, invece, «la compatibilità chimica tra residui rinvenuti in differenti sedi corporee non equivale alla prova di un’origine comune». Due armi impugnate dallo stesso assassino o due assassini?
Parlando del Dna trovato sotto le unghie di Chiara, Baldi scrive che «al locus Y-GATA-H4 compare un allele 13 che non appartiene a nessuno dei nove soggetti tipizzati, quindi un uomo mai identificato né cercato». È il cosiddetto Ignoto 2, che emerge anche dalla perizia super partes di Denise Albani. La spiegazione potrebbe essere banale. O forse no. E, a quel punto, tutto si complica ancora di più.




