«Non esistono diritti tiranni: il diritto alla protesta non può schiacciare quello allo studio. Va trovato un bilanciamento, lo chiede anche la Corte Costituzionale, che non attribuisce alla facoltà di manifestare uno status giuridico superiore».
E quale sarebbe l’uovo di Colombo in grado di garantire il bilanciamento: scendere in piazza di pomeriggio, dopo le lezioni?
«Questa sarebbe la soluzione più facile ma è poco realistica. Non è necessario arrivare a tanto: si può protestare anche di mattina, ma senza bloccare l’università».
Si impara di più in aula ascoltando il professore o in piazza, contestando il sistema?
«Dipende anche dal professore. Le proteste degli scorsi giorni hanno alcune motivazioni valide, però non si può impedire agli altri di andare a lezione con la violenza e l’intimidazione. C’è modo e modo di manifestare e di occupare le aule. Il muro contro muro che rende impossibile, o anche difficile, erogare il servizio istruzione è inaccettabile. Si possono occupare gli spazi comuni per esempio, senza impedire il regolare svolgimento delle lezioni di chi viene in università per imparare qualcosa».
Professore di Diritto Pubblico comparato sia presso un’università Statale, a Genova, sia nel privato, alla Bocconi di Milano, Lorenzo Cuocolo da tempo ha assunto posizioni critiche sulle proteste che bloccano le attività di insegnamento, fino a ledere i diritti degli studenti che non sono interessati alle manifestazioni di dissenso, «che poi alla fine sono la maggioranza». Recentemente ha fatto discutere un suo post sui social, dove criticava le occupazioni per testimoniare solidarietà con la popolazione di Gaza sostenendo che «la consapevolezza dell’orrore di quanto sta accadendo nella Striscia sarebbe maggiore se i nostri studenti potessero accedere alle lezioni». «Occupare il rettorato», ha scritto, «non aiuta: l’università e la cultura sono il principale antidoto agli abusi e agli autoritarismi. Facciamo entrare i ragazzi in aula, ragioniamo, facciamo università».
La concezione che Cuocolo ha dell’istruzione è altissima, si impara sui banchi: «Va bene l’ideologia in aula, perché ogni pensiero dev’essere rappresentato in un percorso formativo e l’educazione in Italia, per la storia del Paese, può essere un mix perfetto tra la dimensione pratica e quella culturale dello studio. Ma no alla politicizzazione delle battaglie studentesche, che poi finisce sempre per essere una strumentalizzazione dei ragazzi». Figlio a sua volta di un professore universitario, Fausto, gambizzato dalla Brigate Rosse quando era in cattedra, Cuocolo conosce bene i rischi di una deriva politica della protesta giovanile.
«Da qui alle elezioni non saranno mesi semplici», prevede ragionando sulla valenza anti-meloniana delle proteste di piazza. «Vedo una saldatura tra studenti, lavoratori e lotta politica. Gli striscioni in piazza legano il carovita, la precarietà, la guerra, temi molto lontani uniti dalla situazione reale in cui viviamo oggi. È importante però che il collante non sia ideologico. La storia del nostro Paese insegna e la lezione che tramanda è tragica».
Trova che le proteste di questi giorni siano politicizzate?
«La politica cerca sempre di mettere il cappello sul desiderio, oserei dire la necessità generazionale, dei giovani di protestare. La libertà d’espressione degli studenti va garantita al massimo, perché essi portano idee che smuovono e fanno progredire la società. La strumentalizzazione politica della protesta però rischia di essere un danno soprattutto per i ragazzi, dalla cui rivolta deve arrivare una spinta genuina alla novità, non una tendenza al conformismo anti-governativo, qualunque sia il governo in carica».
Da cosa si può capire che le proteste di questi giorni sono politicizzate?
«Dagli slogan facili e dalla scarsa preparazione che mi capita di riscontrare quando i ragazzi salgono sul palco per argomentare le proprie ragioni. E dalla mancanza di proposte concrete. La loro contestazione manca della pars construens. Vedo tanta confusione, come nella rivolta studentesca francese, che è orchestrata dalla politica».
Come non farsi strumentalizzare?
«Studiando. Prima di scendere in piazza, bisogna studiare; così la protesta è consapevole e ha più possibilità e motivi per essere ascoltata». La nostra scuola e la nostra università sono politicizzate? «La nostra scuola è fortemente sindacalizzata. C’è politicizzazione nelle dinamiche dell’organizzazione interna delle scuole superiori, ma per lo più essa non si riflette nell’insegnamento, che è di alta qualità». Adesso va di moda che i professori scendano in piazza con gli studenti...
«Gli studenti vanno fatti esprimere ma ognuno deve fare il suo mestiere, guai mischiare i ruoli. Se fai parte di un’istituzione e non ti sta bene, o te ne vai o provi a cambiarla da dentro. Salvo casi particolari, trovo bizzarro che un professore protesti a fianco degli studenti contro la sua scuola o la sua università».
Vediamo anche i genitori scendere in piazza con i figli e fronteggiare la polizia...
«Non va bene: i ragazzi devono essere adulti fino in fondo quando fanno le loro rivendicazioni; e devono farle anche contro i genitori, se serve».
Professore, se le proteste continuano, chi può manderà i figli alle scuole private. La rivolta per l’istruzione pubblica rischia di segnarne il tramonto?
«Io credo nell’istruzione pubblica e i miei figli vanno alla scuola pubblica. È evidente però che, se la situazione degenera, si rischia di danneggiare l’immagine della scuola pubblica: i genitori e gli studenti cercano il servizio e un ambiente dove imparare bene e non in un clima di guerra».