«Basta», non toccate il mio bambino, deve fare la rivoluzione. L’immagine che fotografa al meglio la protesta degli studenti di ieri è quella della madre torinese che fa scudo con il suo corpo ai giovani parandosi di fronte alla polizia, che con gli idranti cercava di ripulire la piazza.
Sono gli stessi ragazzi che da giorni occupano e vandalizzano quindici istituti in città, hanno mandato all’ospedale un carabiniere, tirano sassi contro le forze dell’ordine e strappano o bruciano le foto di Giorgia Meloni, ma anche di Elly Schlein. Gli stessi che marciano a braccetto con i teppisti di Askatasuna, gli immigrati violenti delle associazioni di seconda generazione dei quartieri della periferia Nord, i giovani appartenenti alle sigle che fanno riferimento all’estrema sinistra. Mamme e professori però, grazie a Dio non tutti, si stringono in un cordone per difenderli, mentre loro continuano a strillare slogan di disprezzo verso le forze dell’ordine.
Gli studenti marciano perché si dicono preoccupati del loro futuro e lamentano scuole in cattive condizioni. Non è con giornate come ieri che si costruiranno un futuro migliore e non è devastando le aule che avranno licei splendenti; provino a frequentarle. I prof lo sanno, i genitori dovrebbero spiegarglielo, la politica dovrebbe smetterla di strumentalizzare il loro ardore e la loro ingenuità per alimentare il clima di tensione nel Paese; anche perché più il caos aumenta, più la sinistra nelle urne cala.
Ma a chi tira le fila di questo esercito imberbe e inesperto, poco importa di mandarlo al massacro culturale, ideologico ed economico. Conta dimostrare che i giovani sono anti-Meloni. Infatti tra due settimane si replica.
ALLEANZE PERICOLOSE
I sindacati hanno annunciato lo sciopero generale. Gli studenti di Torino hanno già detto che ci saranno, rilanciando «l’alleanza tra studenti e lavoratori contro governo e carovita». Calendario sabaudo: il venerdì si fa sega. Probabile che venga adottato a livello nazionale. Si sa già come finirà: una minoranza rumorosa e arcigna in piazza bloccherà il Paese, sabotando il diritto al lavoro e all’istruzione. La maggioranza dei lavoratori resterà a casa in smart working e quella degli studenti occuperà i bar. Quanto alla premier, l’oggetto della protesta, smorza i toni e si sottrae al ruolo di bersaglio con un cioccolatino ai ragazzi e nel contempo prova a mettere in difficoltà la sinistra: «La mobilitazione è un fatto bello della democrazia, io ho fatto tanti cortei. Però l’opposizione condanni le violenze». Frasi di rito infilate mentre parlava d’altro. Inutile lo scontro, gli studenti che fanno casino in realtà lavorano per lei, donna d’ordine. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha risposto che «non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi» e che il governo deve «dare risposte concrete». Detto questo, un po’ di cronaca spicciola. Per una volta non è stata Torino il fulcro del caos, bensì Roma. Lanci di bottiglie, petardi, lacrimogeni e bombe carta contro gli agenti, ma a opera di una minoranza ripresa dalle telecamere. La maggioranza si accalcava sotto le finestre del ministero dell’Istruzione, zona Trastevere, al grido di «Valditara fuori dal Palazzo».
«Questa non è espressione democratica del dissenso ma teppismo politico», ha abbozzato l’uomo nel mirino, probabilmente senza riuscire a fare breccia nelle menti di chi avrebbe voluto menarlo. Peggio però è andata ai diciotto poliziotti feriti durante la marcia di avvicinamento del corteo dal centro al ministero. Siccome bisogna proprio rompere l’anima a tutti, in viale Aventino vengono ribaltati dei cassonetti per bloccare il traffico.
I politici di centrodestra fanno a gara nello scandalizzarsi per le violenze. Indicano il dito anziché la luna. Gli assalti alle forze dell’ordine sono un male ma attaccarli esalta chi le commette anziché scoraggiarlo. Vince chi riesce a far capire ai ragazzi che stanno perdendo tempo ed energie per fare un gioco che non è il loro. Sempre meglio loro di Ilaria Salis però, che benedicente glorifica senza se e senza «la meglio gioventù che sciopera, blocca e manifesta».
GAZA E RIARMO
Il giro d’Italia delle idiozie prosegue. Anche a Venezia ci sono genitori che marciano con gli studenti. Ma non lavora mai nessuno? Poi ci si lamenta per la produttività inchiodata in Italia, guarda caso ferma dal Sessantotto o giù di lì. Nel menù, lancio di uova riempite di vernice rossa. «Ecco il sangue di Gaza».
La scompostezza del male. A Bologna tutto succede davanti alla Stazione; dove altrimenti? Cariche e lancio di fumogeni e pietre. A Firenze invece si marciava verso il consolato francese, omaggio a Parigi, da dove si vorrebbe importare la rivolta. «Soldi alla scuola e non alla guerra», gridano alcuni studenti a Genova, avventandosi sulle gigantografie di Meloni e Valditara come fanno i talebani contro i nemici da sgozzare.
Perfino i cervelloni della Normale di Pisa si sono rincoglioniti, ma solo un po’. Un loro blitz ritarda la cerimonia inaugurale dell’anno accademico. Lamentano tagli e mancanza di trasparenza. Considerato che sono l’eccellenza e studiano in un museo con i migliori professori del Paese, ci sono tre possibilità: o non sanno di cosa parlano, o si sono fissati obiettivi un po’ troppo ambiziosi, scambiando la loro eccezionalità per la regola, oppure la scuola italiana proprio non ha speranze. C’è una quarta possibilità: hanno talento ma sanno che per far carriera è bene anche per loro trovarsi i giusti padrini politici e, secchioni come sono, lavorano anche quando fingono di scioperare. Originale la protesta milanese, che si conclude con cinquemila ragazzi che occupano l’obitorio, un caseggiato dismesso di proprietà del Comune, dietro l’università Statale. In fondo è lì che alberga il futuro di tutti...