Caro Riformista del Pd, caro amico (intendi pure il termine in senso lato, non è vicinanza posticcia, è il tentativo di non accanirci appellandoti schleinianamente «compagno»), abbiamo deciso di scriverti perché vederti così, obiettivamente, fa male. La tua sindrome ha preso una brutta piega, pre-politica, siamo in bilico sul cortocircuito psicanalitico. Te lo diciamo col maggior tatto possibile: è ora che tu, certo con un approccio graduale, a piccole dosi, senza affaticarti troppo, ma insomma tenti una riconnessione seppur sporadica con la realtà. Non è facile, lo capiamo, ti vediamo intento a organizzare convegni dove vi date ragione a vicenda tra co-relatori, a rilasciare interviste per i parenti stretti, a pubblicare post pensosi su X come se davvero rappresentassero un’altra “linea politica”, e non atti compulsivi di onanismo (im)politico. Allora, forse la cosa migliore è tentare una terapia della parola, far riaffiorare il rimosso dall’asettica illustrazione della cronaca. Caro Riformista del Pd (giù le mani da quell’iPhone, ascoltaci nel tuo esclusivo interesse), il tuo partito ha appena «prestato» un senatore, come in una variante tardo-bolscevica del Fantacalcio, al partito della Rifondazione Comunista. Cioè, a un partito che si prefigge di “rifondare” il più performante dispositivo di morte del Novecento. Il suo segretario, Maurizio Acerbo, ha difeso la libertà di inneggiare ad Hamas, pura apologia del terrorismo, ma questo è niente, siediti, concentrati. Il tuo nuovo alleato in questi giorni è in Cina, al XVI Forum mondiale sul Socialismo, perché «c’è molto da imparare dal confronto con un Partito che ha fatto la rivoluzione nel Paese più popoloso del mondo».
Indubbiamente: come rinchiudere i dissidenti nei laogai, come impartire loro la rieducazione maoista del pensiero, come costruire la dittatura del Partito Unico. Del resto, è stato il responsabile nazionale per la Cultura politica del tuo movimento giovanile, caro amico, a invitare qualche settimana fa a «liberarci dagli Stati Uniti, dal capitalismo e dal sionismo», perché «siamo figli dei comunisti», sbagliando per eccesso, nel senso che il vecchio Pci un estremista del genere lo avrebbe cacciato seduta stante. Le cose non migliorano, e qualcuno deve pur dirtelo, se analizziamo l’agenda di politica economica del tuo partito. La proposta qualificante risiede in una sintesi barricadera tra assistenzialismo selvaggio e saccheggio del contribuente: il binomio reddito di cittadinanza più patrimoniale, puro socialismo (ir)reale.
Il primo è l’importazione acritica del mantra di un Movimento nato per sfancularvi (è citazione filologica del Vaffa-Day), la seconda è talmente ardita che il tuo partito è riuscito nel miracolo di far sembrare Giuseppe Conte, scettico in proposito, un liberale classico.
Infine, caro Riformista del Pd, c’è l’elefante nella stanza, per dirla con Bersani: il rapporto irrisolto (se non risolto positivamente!) di pezzi del tuo partito con la violenza di piazza e con il caos urbano, l’antimateria di ogni riformismo. Ci sono consiglieri municipali milanesi che hanno definito Youssef Siher «prigionero politico» perché soggetto a fermo (poi revocato dal gip, bizzarro regime), assessori municipali quali l’astro nascente Lorenzo Pacini che ci hanno reso edotti di come grazie ai saccheggi sia stato «dato lavoro ai vetrai», fino ai sindaci come il bolognese Matteo Lepore, che agiscono piuttosto da capi dei centri sociali (ricordiamo la subitanea convocazione della piazza al grido di «giustizia per Fakir», benzina sul fuoco dell’odio contro le forze dell’ordine).
Caro amico, caro Riformista del Pd, noi ci fermiamo qui, perché la somministrazione terapeutica non degeneri in overdose. Tuttavia, consci con Freud che «la rimozione esige uno sforzo continuo», ti preghiamo: placati, non affannarti, è inutile. La realtà è là fuori, costa meno fatica constatarla, assimilarla e incamminarsi sul sentiero impervio ma infine salvifico dell’elaborazione del lutto: il tuo partito, semplicemente, non esiste