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Bengalesi a lezione: "Così si vota il Pd"

di Massimo Sanvito venerdì 22 maggio 2026
3' di lettura

«Il 24 e il 25 maggio andrete a votare per le sei Municipalità e per il Consiglio comunale». Miah Rhitu, la candidata di punta del Pd per quanto riguarda la comunità bengalese a Venezia, è al centro e stringe tra le mani il fac-simile della scheda elettorale. Alla sua sinistra Sumiya Begum (candidata per il quartiere di Marghera sempre in quota dem), con un ampio velo azzurro, alla sua destra Kamrul Syed (come lei candidato per un seggio in Comune), con tanto di maglietta “Andrea Martella sindaco”.

La campagna elettorale è agli sgoccioli e l’obiettivo è chiaro: evitare a tutti i costi che i connazionali, con poca dimestichezza con la lingua italiana, sbaglino a compilare la scheda. E così, dopo volantini e comizi in lingua madre, ecco le indicazioni di voto direttamente tra i banchi della Venice Bangla School di Mestre, creata dallo stesso Syed per far sì che gli stranieri imparino l’italiano.

 

INDICAZIONI DI VOTO

«Per votare noi bisogna cercare il Pd, fare un “x” sul Pd e poi scrivere due nomi, un uomo e una femmina: ci siamo io, Miah Rhitu, e Kamrul Syed», spiega la stessa candidata, mentre Sumiya gira per la classe con un vassoio pieno di dolci tipici. Ad ascoltare Miah, con grande attenzione, c’è un gruppo di donne. Quasi tutte velate, una addirittura avvolta nel niqab, con solo gli occhi scoperti. Poi tocca alla stessa Sumiya - colei che aveva diffidato l’azienda dei trasporti di Venezia, riuscendo anche a far rimuovere i manifesti elettorali della Lega sul “no” alla grande moschea di Mestre - illustrare la scheda color rosa, ovvero quella della municipalità di Marghera: «Anche qui bisogna cercare Pd, perché è il nostro partito, e scrivere i nomi: Begum (lei) e Abdul (Mahade, l’uomo con cui è stato stretto il “ticket” elettorale, ndr)».

Una signora, a favore di telecamera, chiede se può votare Pd ma esprimere la preferenza per una persona di un’altra lista, il che sarebbe anche possibile perché trattasi di “voto disgiunto”, ma Miah è tranchant: «Se votate Rhitu non potete votare un’altra persona».

Vietato sgarrare. La comunità deve procedere, unita e compatta, verso i connazionali candidati nelle fila del Partito democratico. Le proposte elettorali? Ne basta una, che poi è praticamente l’unica: la costruzione della moschea più grande del nord-est sui terreni di un’ex falegnameria di Mestre. Tanto che la comunità bengalese, in sfregio a ogni regola urbanistica, da tempo sta raccogliendo i fondi necessari.

A Venezia i figli del Bangladesh che godono del diritto di voto sono circa tremila: un bacino cospicuo che al Pd fa gola, tanto da averne candidati in blocco sette, tra Comune e Municipalità. Aggiungiamoci poi tutti gli altri islamici di altre nazionalità residenti in Laguna, su tutti i pakistani, e il gioco è fatto. La matrice religiosa, infatti, assume molta importanza nella partita elettorale del capoluogo veneto, come abbiamo già avuto modo di raccontare qui su Libero. Il “santino” firmato Begum-Abdul, non a caso, riporta la bandiera del Bangladesh ed è scritto in bengalese. La traduzione del testo è molto chiara: “Nel nome di Allah, il più benevolo, il misericordioso. La comunità bengalese invita tutti a votare per Marghera–Venezia. Sono stati nominati due candidati dalla comunità bengalese per il partito Pd. Sul simbolo del Pd, metti una croce e scrivi i nomi dei candidati accanto”.

 

VENICE BANGLA SCHOOL

Tornando alla Venice Bangla School di Mestre, quartiere dove la densità di extracomunitari è altissima, il simbolo del Pd va per la maggiore sin da quando è iniziata la campagna elettorale per le Comunali.

“L’unione fa la forza”, si legge accanto a uno post social che invita a votare per il candidato della coalizione progressista, il piddino Andrea Martella. E poi ancora le foto di Syed e Rhitu con il rispettivo programma su donne (“più opportunità, più sicurezza, più sostegno”), integrazione (“insieme, senza barriere, costruiamo il futuro”, sicurezza (“più controlli, più prevenzione, più presenza”) e vivibilità dei quartieri (“una città bella è una città che funziona”). Fermiamoci un attimo: cosa sarebbe successo se tre candidati di centrodestra fossero entrati in una scuola per dare indicazioni di voto?

 

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