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Rogoredo, il pm sull'agente Cinturrino: "Potenzialità criminali, come ha ucciso"

lunedì 23 febbraio 2026

4' di lettura

Da almeno quattro testimonianze e dagli interrogatori di tre degli altri agenti indagati emerge "un quadro allarmante dei metodi di intervento" di Carmelo Cinturrino "durante le operazioni" anti-spaccio "nei boschi di Rogoredo" e "una pregressa conoscenza" tra lui e il marocchino Abderrahim Mansouri, "la cui natura non appare allo stato chiarita".

Un "quadro significativamente allarmante sulle potenzialità criminali" del poliziotto fermato per l'omicidio volontario del 28enne pusher nordafricano. Lo si legge nel decreto di fermo. Uno degli altri agenti ha messo a verbale che Mansouri non era "il fulcro della piazza di spaccio (...) a noi non interessava di lui, non più rispetto ad altri spacciatori". 

Non solo, Cinturrino "potrebbe fuggire perché nella sua disponibilità sono stati trovati diversi alloggi". Da qui il fermo dell'agente, motivato appunto dal "pericolo di fuga". Nella richiesta al gip di convalida del fermo del sostituto Giovanni Tarzia e del Procuratore Marcello Viola si farebbe riferimento invece a un "pesantissimo" rischio di inquinamento probatorio, al pericolo di reiterazione di altri reati, e alle pericolosità sociale del 41enne di Messina che, secondo fonti inquirenti, sarebbe emersa in modo "inquietante" dalle indagini. Il poliziotto, peraltro, "poteva reiterare il reato". Tradotto: poteva uccidere ancora, secondo gli inquirenti.

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Nessuno dei poliziotti impegnati nel servizio antidroga a Rogoredo il 26 gennaio ha "intimato l'alt" a Mansouri prima di sparargli, né è stato "detto o gridato" qualcosa che potesse "segnalare" al 28enne "l’identità delle persone che aveva di fronte". Lo ha detto interrogato il 19 febbraio un collega di Cinturrino, uno dei 4 poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso per la morte del giovane straniero. La versione, modificata dopo i primi interrogatori resi nell'immediatezza dei fatti, smentisce quanto riferito dallo stesso Cinturrino nel primo e ultimo interrogatorio resto lo stesso 26 gennaio quando aveva detto di aver gridato "Fermo polizia" prima di aprire il fuoco. 

Il poliziotto accusato di omicidio ha "coscientemente e volontariamente" sparato contro il pusher "in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione". Secondo quanto emerge dalle ricostruzioni fornite sia da un testimone, uno straniero che inizialmente si è rivolto ai legali della famiglia della vittima, sia da un agente che era a pochi passi da Cinturrino, Mansouri è stato colpito con un colpo esploso da una pistola Beretta "mentre cercava una via di fuga, ancorché in un primo momento avesse minacciato, da circa trenta metri, il lancio di una pietra, ovvero avesse minacciato i poliziotti da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli".

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Per la Procura, "l'assenza di una concreta minaccia e il grave ritardo con cui furono allertati i soccorsi", ritardo di 23 minuti dato dal fatto che l'assistente capo del commissariato Mecenate aveva tranquillizzato tutti i colleghi sul fatto di aver chiamato la centrale operativa e il 118, "sono circostanze significative del dolo omicidiario che ha sorretto la condotta dell'indagato". Mansouri era ancora vivo al momento dell'arrivo dei soccorsi. 

Non solo: i rilievi effettuati sulla pistola rinvenuta accanto al corpo della vittima hanno evidenziato "un elemento di riscontro formidabile, sono presenti diverse tracce biologiche di Carmelo Cinturrino", come spiegato dal pm di Milano Giovanni Tarzia durante la conferenza stampa in questura dopo il fermo del poliziotto. Tarzia ha aggiunto che non sono state invece trovate tracce biologiche di Mansouri.

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"Dal sopralluogo effettuato dal sottoscritto insieme alla polizia di stato e alla squadra mobile e alla scientifica - ha spiegato il Pm - immediatamente si sono rilevati alcuni dettagli che apparivano distonici rispetto al racconto che fu fatto quella notte stessa dalle persone che erano presenti. Sono state avviate attività di carattere più scientifica dei reperti e una prima svolta dell'indagine si è avuta quando si è preso atto del fatto che sulla scena del fatto c'erano anche altre persone. Un testimone ha dato una versione che non appariva distonica rispetto a quanto rilevato e anzi ha dato una serie di informazioni che non potevano che essere nel patrimonio conoscitivo di chi era presente, erano infatti informazioni che non erano uscite o divulgate".

"Un secondo momento saliente dell'indagine - ha proseguito Tarzia - è stato quando abbiamo effettuato gli interrogatori delle persone che erano presenti i quali hanno riferito che cosa era successo. Questo racconto, che ci dice che nel momento in cui l'assistente capo Cinturrino ha esploso il colpo non c'era alcuna pistola nella mano di Mansouri, che Mansouri si trovava a circa 30 metri scarsi da lui, che ha fatto un primo gesto di lancio di una pietra ma da una distanza davvero molto significativa, poi di avviarsi verso un'area boschiva per togliersi dal tiro dello sparatore. Questa versione ha poi trovato un altro elemento di riscontro formidabile che è il fatto che sulla pistola trovata a fianco al corpo del Mansouri, non abbiamo trovato le impronte digitali, ma soprattutto abbiamo trovato una serie di tracce biologiche che ci consentono di escludere che sia passata per le mani del Mansouri mentre invece abbiamo trovato su diversi punti della pistola delle tracce biologiche dell'assistente capo Cinturrino a conferma che era una pistola che era stata manipolata". 

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