Alla sinistra piace vincere facile, banalizzando e distorcendo la realtà, nella speranza che gli italiani ci caschino. L’evolversi delle indagini sui fatti di Rogoredo è l’ennesima occasione per mettere su un can can mediatico, in particolare contro Matteo Salvini a cui si imputa di essere passato dalla solidarietà al poliziotto che avrebbe sparato per «legittima difesa» alla sua messa sotto accusa come «mela marcia». C’è contraddizione, come i compagni vorrebbero insinuare? Assolutamente no, tanto che i giudizi dati da Salvini, in due diversi momenti, corrispondono in tutto a quelli dati dalla stragrande maggioranza degli italiani, delle persone per bene.
Fermo restando che il principio della presunzione di innocenza è un cardine del nostro ordinamento, è perfettamente logico cambiare giudizio se i dati della realtà, almeno quella che emerge dalle indagini, cambiano radicalmente. Quello che la sinistra finge di non vedere o non capire è che la vera coerenza è nel tener fermi i principi, nella fattispecie quello che porta a stare dalla parte di chi, spesso per un misero stipendio e a continuo rischio della vita, difende la nostra sicurezza e quella dello Stato. Ora è proprio questa vicinanza alle forze dell’ordine che a sinistra difetta, in modo più o meno inconscio, per motivi ideali e storici.
Non dimentichiamo che la sinistra moderna nasce con il compito di abbattere e non difendere lo “Stato borghese”. Le forze dell’ordine sono state perciò sempre viste con diffidenza, sostanzialmente come serve del nemico e ostacoli sulla via della rivoluzione. “Polizia fascista” è lo slogan che ancora oggi risuona nelle assemblee e nei cortei dei cosiddetti antagonisti, che di quella storia sono i figli diretti. La congenita diffidenza verso i poliziotti, coniugata con la strumentalizzazione politica (ogni mezzo è buono pur di raggiungere il fine), finisce così molto spesso per generare mostri.
Ad esempio i tanti distinguo che portano oggi molti, anche nella magistratura, ad attuare una sorta di doppiopesismo che trova sempre giustificazioni per i delinquenti e aggravanti per chi ha invece il gravoso compito di metterli in condizione di non nuocere. Rogoredo si era presentato, nella sua apparente “chiarezza”, come un tipico caso del genere, con la sinistra ancora una volta titubante e ambigua nel difendere i poliziotti e non certo perché qualcuno da quelle parti avesse la sfera di cristallo e già sapesse come sarebbero evolute le indagini, come pure sotto sotto si vorrebbe far credere.
Ora, è proprio la considerazione alta che si deve avere per le forze di polizia che, se quanto sta emergendo sarà confermato, deve portarci a esigere una giustizia senza sconti per chi ha infangato la divisa che porta. Non c’è contraddizione, ma solo consapevolezza di ciò che rappresentano le forze dell’ordine. Ma c’è di più: sui media di sinistra si cerca di far passare l’idea che con lo “scudo penale” voluto dalla destra le indagini sul poliziotto non si sarebbero mai fatte e non si sarebbe mai giunti a quella che oggi sembra la “verità” più probabile. Pura mistificazione! La non iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di “cause di giustificazione” è una forma di tutela per l’operatività e l’onorabilità dei poliziotti non certo un freno a chi le indagini può e deve svolgerle fino a portarle a conclusione. Accertando le responsabilità e senza guardare in faccia nessuno.