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Sergio Ramelli, i giudici che vedono ancora il fascismo nel corteo per commemorarlo

La Corte d’Appello, confermando i 4 mesi per i militanti di destra, parla di celebrazione "che esalta i valori di quel partito" e di "una struttura militare" in grado di ricostituirlo
di Micaela Fanelli giovedì 19 marzo 2026

3' di lettura

«Una noiosa altalena tra condanne e assoluzioni». Sono amareggiati ma non sorpresi e parlano di costanti «contraddizioni», i tredici militanti di estrema destra - condannati a quattro mesi di reclusione, 200 euro di multa e al risarcimento di 3mila euro all’Anpi - davanti alle motivazioni della sentenza che, lo scorso dicembre, li ha ritenuti responsabili di apologia di fascismo. Un commento affidato a uno dei loro legali, Luca Procaccini, che aveva già annunciato ricorso e che oggi lo ribadisce senza mezzi termini: «È una notizia che non emoziona ma che affligge di noia e chiaramente ne riparleremo in Cassazione».

Al centro del procedimento il “presente” scandito in coro, da almeno quarant’anni, ogni 29 aprile per Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani. Una commemorazione che appartiene alla memoria di una parte politica e che nel tempo, come ricorda la difesa, si è anzi ripetuta con modalità via via meno impattanti. Ma per la Corte d’Appello di Milano, il raduno del 2018 è stato tutt’altro che una manifestazione pacifica. Nelle 25 pagine di motivazioni i giudici smentiscono la buona fede dietro al corteo per ricordare Ramelli - il giovane esponente del Fronte della Gioventù, ucciso nel 1975 a colpi di chiave inglese sotto casa, sferrati senza pietà da militanti di Avanguardia Operaia al culmine degli anni di piombo- ma di una manifestazione «idonea a creare consenso» attorno all’ideologia fascista. La Corte parte dal presupposto che la «chiamata del presente» e il «saluto romano» non siano simboli neutri, bensì «manifestazioni usuali del Partito fascista» e «immediatamente idonee ad evocarlo».

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Inseriti in un contesto collettivo e organizzato, insiste il collegio, quei gesti diventano una «condotta da sola sufficiente» a integrare il reato previsto dalla legge Scelba. Il passaggio decisivo delle motivazioni è infatti quello sul contesto. La Corte precisa che il reato è di «pericolo concreto» e va valutato nella sua dimensione reale, non astratta. E sotto casa di Ramelli, si sottolinea nelle motivazioni, non si era di fronte a un momento di raccoglimento, ma a una manifestazione pubblica con una “massa” di circa 2000 partecipanti, gruppi organizzati e un corteo non autorizzato culminato in un «rituale» collettivo rigidamente scandito. Per i giudici si tratterebbe di una vera e propria «messa in scena», capace di «impressionare le folle» e amplificare il messaggio verso l’esterno. Sarebbe questa dimensione pubblica, visibile e coordinata a rendere la condotta idonea a «provocare adesioni e consensi» e a favorire la diffusione di «concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste».

Un’impostazione che porta la Corte a un rigetto della commemorazione che da oltre quarant’anni raccoglie migliaia di persone- teste rasate o no - che sfilano per le vie di Milano senza scontri con le forze dell’ordine o con gli antagonisti. Il collegio, intanto, non nega che vi fosse anche un intento di ricordo, ma chiarisce che questo «non esclude affatto la rilevanza penale». Una lettura respinta apertamente dalla difesa, che parla di giudici «troppo sensibili» e di «sentenze contraddittorie», richiamando un episodio pressoché analogo, avvenuto sempre nel 2018 durante un corteo in piazzale Loreto, uno degli imputati oggi condannati era stato assolto. Nel processo era parte civile l’Anpi rappresentata dall’avvocato Federico Sinicato, che dovrà essere risarcita. «La legge Scelba- aveva spiegato- serve a evitare manifestazioni in luoghi pubblici capaci di suggestionare terze persone». Su questo punto la Corte ha ritenuto corretto il risarcimento disposto per l’associazione che, tra gli scopi statutari, sostiene di tutelare i valori della Resistenza recepiti dalla Costituzione.

«Appare evidente- scrivono i giudici - che la condotta oggetto del presente processo costituisce una lesione di tali scopi, sostanziandosi in un’attività finalizzata ad esaltare il disciolto partito fascista, evocandone figure rappresentative e celebrandone i rituali in un contesto pubblico, con imposizione anche fisica - ai consociati». La Corte d’Appello ha comunque assolto gli imputati dal reato previsto dalla legge Mancino, ritenuto assorbito nella fattispecie della legge Scelba, confermando per il resto la responsabilità già accertata in primo grado. Le contraddizioni di una giustizia altalenante non hanno fermato lo spirito del corteo che, fanno sapere i militanti, si terrà anche quest’anno.

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