Mitico

Federico l'Olandese, dj libero e Volante: "Facevo ballare Renzi in discoteca, Grillo caz***. E Berlusconi..."

Leonardo Filomeno



Federico L’Olandese Volante è l’ultimo samurai dell’etere. Un mito senza tempo, simbolo per eccellenza dell’antenna libera. È in onda da 50 anni. E ogni volta che accendi la radio speri di poterlo ascoltare per i prossimi cinquanta. Se mollano lui e pochissimi altri per l’intrattenimento radiofonico è finita. Origini olandesi, star di Radio Monte Carlo quando “Carolina di Monaco girava in moto senza scorta”, ha una cultura pazzesca. È stato tra i pilastri di Radio 105, ha lavorato in tanti network importanti, a lungo ad RTL 102.5. In fatto di energia e freschezza, il suo Driving Time su Radionorba resta una spanna sopra. “Mi iscrissi ad architettura a 19 anni. Mai presa quella laurea. Ero troppo attratto dalla musica. Avevo già visto i Pink Floyd, con Jimi Hendrix che faceva da gruppo spalla. Poi i Doors, i Rolling Stones. E quanti ne ho intervistati…”, ride.

Nel folle Principato degli anni ’70 incontrarli era la regola. 
“Lo racconto nel mio libro Il Principato. Nel weekend ero il dj del Jimmy’z Monte-Carlo, la discoteca numero uno, sotto al casinò. Venivano tutti. Ricordo nottate con Eric Clapton, Mick Jagger, Ringo Starr, Bettino Craxi e Alain Delon. Tutte le principesse ogni sabato erano lì, a pippare cocaina e a bere champagne. L’estate ci spostavamo allo Sporting”.
Le Brigate Rosse erano una grana prettamente italica. 
“Eravamo un’isola felice, tranquilla. Oggi Monte Carlo è un Grande Fratello a cielo aperto. La polizia è intollerante, gli immigrati li buttano fuori a calci nel culo, solo perché neri. Cose che in Italia, vivaddio, non possiamo permetterci. Da voi c’è sempre una via di scampo: dalle multe, dalla prigione per le tasse non pagate. L’italiano è da sempre allergico alle regole. Questo vostro individualismo mi piace. Ecco perché vivo qui da 45 anni”.
Lo spirito libero delle stazioni pirata olandesi lo portasti nella Radio Monte Carlo più forte di sempre.  
“Una radio vera, sincera, molto inglese. Ho lavorato lì dal ’73 in poi. Ai tempi era l’unica radio in Italia, a parte Radio Rai e Capodistria. Facevamo ascolti pazzeschi, nonostante il segnale non arrivasse ovunque. Rai Radio 2 aveva solo Alto Gradimento e Hit Parade, e non superava 2 ore di musica al giorno, il resto era una palla politico-culturale che la rendeva inascoltabile. Rai Radio 1 inascoltabile lo è ancora”.
Le altre come vanno? 
“Nessuno vuole sbilanciarsi, soprattutto nei confronti delle case discografiche. Arriva un disco nuovo e lo passano senza fiatare. Un tempo ai dj davano le bustarelle, adesso suonano un brano perché hanno ritorni in termini economici, d’accordo con le etichette. Questa storia iniziò a 105 ed ormai lo fanno tutti”.
La musica è quella che è, un giovane con personalità non emerge, e persino un professionista rischia di stritolarsi.
“Come dissi durante un convegno all’Università Cattolica, le radio stanno andando verso un punto di non ritorno, copiandosi l’un l’altra. Per la prima volta nella storia, l’FM ne esce perdente, perché con la mediocrità non si va da nessuna parte. Lo speaker diventerà un supplemento, un allegato. Nelle radio di flusso parla 30 secondi, poi gli staccano il microfono, per mandare 5 dischi di fila. Un giovane che si affaccia è costretto ad omologarsi, visto che li inquadrano come robot. La radio non sparirà mai, ma è diventata talmente piatta che le nuove generazioni ne hanno pieni i coglioni. E ad essa preferiscono, giustamente, Spotify”.
Nei bar e nelle palestre RTL va sempre più forte. 
“Di quegli 8 milioni, 5 sono effettivi della radio, gli altri 3 vengono dalla tv. Fanno una radio noiosa. La programmazione musicale è composta dalle 40 hit del momento, sempre quelle, come i successi di RDS (ride, ndr), a cui aggiungono un 20% di classici e un 40% di musica italiana. Il computer fa il resto. Il rischio di ascoltare 5 volte lo stesso pezzo durante il giorno è concreto”.
Hai detto: “La mediocrità è sempre stata la cifra di RTL, vedi il loro motto”. 
“Quel Very Normal People mi fa pensare a Fabio Volo, uno che fa libri mediocri, che piacciono alla gente mediocre. Con questa filosofia fanno il pieno di ascolti”.
La tecnologia ha un po’ appiattito la musica e tutto ciò che ruota attorno ad essa? 
“Ha ucciso l’industria discografica, che un po’ si sta riprendendo grazie alle piattaforme di streaming e al ritorno del vinile. Quest’ultimo non è una moda passeggera. Si torna indietro perché i ragazzi non sono più abituati alla qualità del suono, che avrai col vinile, non con le cuffiette”.
La dance ormai si nutre solo di passato. Come il rock. 
“La dance non morirà mai, avremo sempre bisogno di ballare. I nomi forti oggi sono quelli latini, Camila Cabello e Luis Fonsi su tutti. Il rock funziona meno. A parte i big del passato, l’ultima grande band restano i Coldplay. A molti gruppi, per esempio quelli usciti da X Factor, danno il contentino, ossia la Top 10 per una settimana, poi nessuno più li ricorda”.
Il tuo programma ha una rotta diversa, ne sai più tu di tanti giornalisti. 
“Uso la simpatia, racconto fatti nuovi e vecchi, che il 50% di chi ascolta non conosce. Ho intervistato tutti, ci metto dentro il mio sapere. C’è una base, ma vado a braccio, dico quello che penso. Per questo ho dovuto spesso pagare il conto”.
A Radionorba come ti trovi? 
“A Conversano, dove c’è la loro sede, si sta benissimo. Conduco una bella trasmissione, in una radio che si sta sviluppando. Ha guadagnato il 38% di ascolti, guarda caso da quando sono qua. Il merito ovviamente non è solo mio. C’è, alle spalle, una buona gestione”.
Il 4 marzo per chi vota l’Olandese? 
“Il mio voto andrà a Matteo Renzi. Quando aveva 18 anni, veniva a ballare la mia musica al Tenax di Firenze, ai tempi un locale alternativo molto frequentato dalla gioventù di sinistra. Mi ha fatto piacere incontrarlo di recente a Roma. Sono momenti che non abbiamo dimenticato”.
Lui però ha perso faccia, pezzi e consensi. 
“In Italia è impossibile governare se non fai il Mussolini, c’è sempre qualcuno che rompe i coglioni. Ha fatto cose sbagliate e giuste. È stato costretto ad adeguarsi al modus operandi”.
Beppe Grillo lo conosci da sempre. 
“È un cazzone (ride, ndr). A un passo da quello che potrebbe essere un risultato concreto per i 5 Stelle, si è tirato fuori, e ha mandato avanti il democristiano Di Maio, uno che, oltre ai conclamati problemi col congiuntivo, non sa né cosa fare, né perché sia lì”.
Il Berlusconi degli anni ’80 ti è rimasto nel cuore. 
“Lo conobbi in epoca craxiana. Sulle frequenze di Telemilano 58, che da lì a poco sarebbe diventata Canale 5, c’era la tv di Radio Milano International, che trasmetteva film porno. Angelo Borra, patron di quella emittente, vendette a Silvio le frequenze televisive, in quanto all’epoca c’era la convinzione che tv e radio con lo stesso marchio non potessero funzionare. Berlusconi era il personaggio emergente del momento, ed io facevo parte della Band Of Jocks, i 10 dj dalla puntina veloce. Nelle stagioni ’82-’83 ed ’83-’84 conducevo assieme a loro Popcorn, su Canale 5. Suo figlio Pier Silvio, all’epoca adolescente, doveva guardare tutti i programmi del Biscione. Se piacevano a lui, andavano bene anche al padre. Col tempo, l’intuito di quel ragazzo è andato a farsi benedire…”.
Il giudizio politico sul leader del centro-destra è severo. 
“Nel ’94 Berlusconi aveva un sacco di problemi con la legge, ha dovuto salvare capre e cavoli, ritagliarsi l’immunità parlamentare. È stato il più grande venditore di se stesso e della sua politica. Anche oggi continua a vendere, con formule obsolete. La pensione a 1000 euro non arriverà, né camperemo fino a 120 anni. Sono slogan assurdi. Intanto è in campagna elettorale, lo dice e l’italiano ci crede. Almeno il Pd è un partito serio, e potrebbe garantirci uno standard europeo adeguato, non da solito fanalino di coda”. 
Madonna a Sanremo se la tirava. 
“Ai tempi di Like A Virgin la intervistai per Popcorn. A Sanremo, nel ’98, tornai alla carica, ma non concesse l’intervista. Era già troppo superstar”.
All’Ariston intervistasti Freddie Mercury. 
“Era stressatissimo, perché non lo fecero cantare dal vivo. Era un tipo rude, aveva un pessimo carattere. Odiava stampa e domande, mi concesse solo 5 minuti”.
Tracy Chapman meglio non intervistarla.  
“Dopo un volo di 12 ore, voleva solo andare in albergo. L’errore dei suoi discografici fu portarla in radio affinché la intervistassi. Non parlava. Così le dissi: ‘Tu sei qui per fare promozione, io per fare il mio lavoro, se rispondi va bene, sennò puoi anche andartene’. Se ne andò”.
Una persona eccezionale nella musica? 
“Paul McCartney, grande e umile come pochi. Nel ’90 doveva esibirsi in un parco a 70 km a nord di Londra. Arrivò tardi per il soundcheck. Fece le prove sotto la pioggia. Si sedette su uno sgabello, prese la chitarra e iniziò a cantare Yesterday per me e pochi altri, visto che tutti erano andati via e le prove generali avrebbero dovuto essere già terminate. In quel momento, mi collegai con la radio, e prima del concerto lo intervistai. Fu davvero emozionante”.
Il colloquio con Francesco De Gregori resta imbattibile. 
“Mandai a prendere una bottiglia di vino rosso, che a lui piace. Non era un bevitore, ma dopo un paio di bicchieri iniziò a parlare, a raccontare, a ridere. Con 39 di febbre. Anche con Alan Parsons fu fantastico, ci scolammo più di una bottiglia (ride, ndr)”.
L’Olandese rimpianti ne ha? 
“Ho alle spalle una carriera di tutto rispetto. Rifarei tutto, con maggiore attenzione verso la tv. L’ho sempre disprezzata, ed essa ha snobbato me. Da una carriera televisiva trai vantaggi personali importanti”.
La Puglia ti vede un po’ ritirato, è un compromesso col tempo? 
“No. Fare 2 ore di trasmissione al giorno e poi dedicarsi ai cani e alle passeggiate in riva al mare, è bello. Piace a me e a mia moglie. Io ho sempre vissuto a Milano, lei a Roma, abbiamo rispettive case lì, ma ormai siamo sempre a Conversano”.
La musica filo conduttore di una vita sulle montagne russe?
“La mia vita è sempre stata un film. Non ho paura di nessuno, manco della morte. Ho avuto un infarto 4 mesi fa, mi è passata tutta l’esistenza davanti. Mi sono messo a dieta, sono passato da 140 a 100 chili, ora sto meglio. Ogni tanto arrivano degli avvertimenti da non so chi, è una vocina che dice: ‘Ragazzo, vacci piano’. Di cazzate ne ho fatte tante, da rockettaro vero. È la follia della vita, che più passa, più diventa meno follia”.
E i 50 anni di carriera che cadono l’anno prossimo? 
“Il mio regalo sarà il libro The Pusher, lo sto ultimando. È la storia di un personaggio che ha creato i primi coffee shop in Olanda ed ha approfittato delle liberalizzazioni della marijuana. Uno avanti, morto poi in Indonesia. Lo descrivo mettendo a confronto il livello di libertà nei vari paesi”.
Dopo tutto questo tempo cosa hai capito del tuo lavoro? 
“Un programma funziona se comunichi cose positive. Anche se oggi è lunedì, ho preso una multa, uno dei miei cani ha vomitato in macchina e mia moglie è incazzata nera, in onda non lo capirai mai. Fino a quando riuscirò a fare questo, mi sentirai in radio. Ho 67 anni e posso garantirti che questo non è un lavoro per ragazzini. Ma da professionisti. E se vuoi fare il professionista in radio, lo fai pure a 70 anni. Non vado a timbrare il cartellino o in miniera. Vado al lavoro perché sono contento di andarci. Una carriera così la posso consigliare a tutti”.