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Referendum, il professore Valditara: "Con il Sì corsa al Quirinale falsata, non si potrà eleggere il successore di Mattarella"

Tommaso Montesano
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La premessa è d'obbligo: «L'affermazione del Sì è netta». Ma il risultato del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, osserva Giuseppe Valditara, professore ordinario al dipartimento di Giurisprudenza dell'università Statale di Torino, non può essere liquidato come il semplice trionfo del taglio delle poltrone. «Intanto i voti raccolti dal No sono di gran lunga superiori ai consensi dei partiti che si sono ufficialmente schierati contro la riforma. Tutte le forze politiche maggiori erano schierate per il Sì».

E questo cosa le fa pensare?
«Che il vento dell'anti-politica si sta affievolendo. Ma non è l'unica considerazione da fare. C'è molto altro».

E cosa, ad esempio?
«Da oggi il Parlamento, questo Parlamento, è delegittimato».

Spieghi perché.
«I cittadini, anche su sollecitazione delle forze politiche di maggioranza, si sono pronunciati a favore, e in modo inequivocabile, di un Parlamento che costi meno, più snello, che decida in modo più rapido ed efficace. Venendo pure incontro ai desideri dell'Unione europea. Adesso la maggioranza non vorrà mica deludere i cittadini?».

Sta dicendo che ci troviamo come nell'XI legislatura durante Tangentopoli, quando il "Parlamento degli inquisiti" fu sciolto da Oscar Luigi Scalfaro?
«I cittadini si sono espressi: vogliono meno spese, meno parlamentari e più efficienza. Perché tenere in vita, per altri due anni e mezzo, un Parlamento considerato lento, costoso, inefficiente e pletorico? Le forze di maggioranza siano conseguenti e non prendano in giro gli italiani. Mantenere in vita questa Camera e questo Senato ci costerà oltre 50 milioni di euro all'anno per i prossimi due anni e mezzo. E può un Parlamento simile, delegittimato, gestire i 208 miliardi del Recovery Fund?».

Prima ha accennato ad altre conseguenze di questo voto. L'altra qual è?
«In questa legislatura, nel gennaio 2022, sarà eletto il successore di Sergio Mattarella. In base alla vecchia Costituzione, il collegio elettorale è composto da 945 parlamentari, più i senatori a vita, e 58 consiglieri regionali. Da oggi, per effetto del taglio, i parlamentari scendono a 600, restando invariati i rappresentanti espressione delle Regioni».

E questo che significa?
«Che in base alla riforma, nel collegio elettorale che elegge il capo dello Stato il rapporto tra deputati, senatori e consiglieri regionali si modifica a vantaggio dei rappresentanti delle Regioni. Questa è stata l'indicazione dei cittadini. Se si tiene in vita il Parlamento attuale, dove la forbice è più ampia a favore dei parlamentari, si contraddice la volontà degli elettori in vista di una scelta, l'elezione del presidente della Repubblica, che avrà riflessi per i sette anni successivi. Ma non è tutto, c'è un aspetto più politico di cui tenere conto».

E qual è?
«La coalizione di centrodestra potrebbe governare in 15 Regioni su 20. Un rapporto di forza così sbilanciato non si è mai verificato. Votare con il vecchio collegio significherebbe danneggiare il centrodestra. Con i numeri attuali nei consigli regionali, Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia potrebbero rendere più incerta la partita. Non si può falsare la competizione per l'elezione del capo dello Stato».

In Parlamento c'è una proposta di legge costituzionale del centrosinistra per la riduzione del numero dei consiglieri regionali designati per l'elezione del presidente della Repubblica.
«Non ci sono i tempi tecnici per la sua approvazione entro l'elezione del successore di Mattarella».

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