Quando Andrea Pucci, il comico milanese con una carriera di oltre trent’anni alle spalle (da Colorado a Zelig, etc.), ha deciso di fare un passo indietro e scendere dal palco di Sanremo 2026 ancor prima che sia cominciato, non è stata certo una “paura da palcoscenico”. No: è stato un atto umano contro l’onda di odio e di livore cieco che si è abbattuta su di lui e sulla sua famiglia. “Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili ed inaccettabili!”, ha detto Pucci con amarezza.
Una frase che non è da vittima, ma da uomo che rifiuta di trasformare il Festival in un evento intriso di polemica. E la foto che lo immortalava nudo, di spalle, in barca, a guardare l'orizzonte, con l’esclamazione: “Sanremo... sto arrivando!” è sparita dai suoi profili social. Nel suo video di sfogo Andrea Baccan (così si chiama il comico all’anagrafe, ndr), c’è poi quel passaggio che fa capire il cuore del problema: “Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe più esistere… Io non ho mai odiato nessuno”. Poi, il riferimento alla disavventura di salute patita di recente, cioè all'operazione alle coronarie della scorsa primavera, dopo il malore che lo aveva costretto a interrompere a Forlì lo spettacolo “30 anni… e non sentirli”.
Dice Pucci: “A 61 anni, dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi appartiene”. E allora, prima ancora che le parti si sfidino a suon di urla demagogiche sul tema, il gesto di Pucci resta un invito alla calma. Perché fare satira non significa odiare e nemmeno tirare fuori etichette inopportune e inspiegabili. Far ridere è un mestiere duro, in questi tempi bui che viviamo più che mai.