Il calvario giudiziario di Vittorio Sgarbi è finito nel modo più dolce e beffardo insieme: l'ex sottosegretario alla Cultura è stato assolto dalla gravissima accusa di riciclaggio riguardo al quadro di Rutilio Manetti. Un'inchiesta per cui rischiava una condanna a 3 anni e 4 mesi di carcere, come da richiesta del pubblico ministero, e che soprattutto lo aveva costretto a dimettersi dal suo ruolo istituzionale.
Il critico d'arte, però, anche a seguito di quella vicenda, ha attraversato un lungo periodo di depressione e profonda crisi psicologica che ne ha condizionato vita e affetti. Tuttavia, spiega al Corriere della Sera, di non avere conti in sospeso da regolare: "Non sono interessato alle vendette, come magari sarei stato tempo addietro".
"Contro di me - ricorda ancora Sgarbi - ci sono stati innumerevoli articoli de Il Fatto quotidiano, in un certo periodo addirittura al ritmo di uno al giorno, 5 o 6 trasmissioni di Report di Sigfrido Ranucci, una decina di puntate di Lo stato delle cose di Massimo Giletti. Un'esagerazione, direi, anche nell'esercizio del sacrosanto diritto di cronaca. Certo che la vicenda ha influenzato il mio umore". Per Sgarbi, che si dice soddisfatto dell'esito, "l'unico risultato apprezzabile di tutto ciò rimane il fatto che l'Italia ora conosce un po' di più chi sia Rutilio Manetti". Quindi, una lezione morale ai suoi "nemici": "Adesso non chiedo in cambio nulla a nessuno. Men che meno risarcimenti morali". Nemmeno un euro da spillare a chi ha cercato in tutti i modi di farlo cadere.
Il giudice, ricostruisce, "ha capito e giudicato in maniera opportuna, assolvendomi non per 'insufficienza di prove' come qualche persona poco informata sostiene (dato che è da 40 anni che lo Stato italiano ha ritenuto quella formula di eredità fascista incompatibile col principio costituzionale della non colpevolezza), ma perché il fatto non costituisce reato".
L'assoluzione però porta con sé anche un doloroso risvolto, quello riguardo alla figlia Evelina che pure lo ha citato in giudizio. Il critico spiega di non capire perché interpelli "i giornali e le televisioni e non me, neanche dopo questa assoluzione, giusto per dirmi che le fa piacere". "Potrei solo invitarla di nuovo, più che altro per il suo bene, a non dichiarare di pensare al mio bene quando mi porta in tribunale" ha concluso amaramente.