«Le è scappata un po’ la frizione?». E tanto basterebbe. Si è arrivati a sentenza, poiché la domanda è quella posta da Formigli a Tomaso Montanari. Eppure, per quanto il caso sia chiuso, è bene raccontarlo nel dettaglio. A PiazzaPulita il conduttore chiedeva conto al rettore di una delle sue ultime prodezze social, ossia l’aver condiviso la foto di una scritta su un muro: «Sogno la rissa con La Russa», ovvio il riferimento a Ignazio.
Nulla di drammaticamente grave, ma per certo ben lungi dal bon-ton, dall’intellettualismo esasperato che Montanari ostenta. «Sogno la rissa con la Russa» è stato stigmatizzato, sempre via social, anche da Fdi: «Sono disperati, senza freni. Altro che professori: questi sono cattivi maestri». La scritta è stata raccontata anche da un articolo pubblicato sul nostro sito, il cui titolo sintetizzava il concetto pressappoco così: Montanari sogna di menarsi con La Russa (provate a smentirci). Articolo che gli fece sfuggire la frizione una prima volta... Montanari ha infatti “appeso” Libero a testa in giù: su Instagram il rilancio del titolo capovolto, ribaltato di 180°, a corredo un lungo vaneggiare.
«Mi trovo ora accusato di violenza, dal presidente della Camera in giù fino ai fogli fascisti», che saremmo noi. Spiega di essere «troppo ingenuo se penso ci sia spazio per ironia, gusto dei giochi di parole», poi sostiene che le critiche - o meglio «il pestaggio» subìto - per «la rissa con La Russa» siano frutto della «paura di perdere» al referendum (che c’azzecca?). E ancora, tale trattamento gli avrebbe permesso di comprendere «cosa sono quelli che ci governano: manganello e olio di ricino». Addirittura? «Essere calunniati e fatti a pezzi da questo potere davvero violento è un segno buono», chiosa Montanari, talmente a pezzi da occupare mezzo paradiso tv da cui quotidianamente ci propina teorie paranoiche, esasperate e insultanti. Con discreta evidenza, «questo potere violento» fa cilecca.
Di sicuro c’è che al rettore, limitandoci alla scritta sul muro, la frizione è scappata più di una volta. Gli è sfuggita nella reazione al nostro articolo, talmente ipertrofica nel lessico da risultare grottesca: manganelli, olio di ricino, «fatto a pezzi». Farneticazioni: senza indulgere atoni violenti, avevamo raccolto la sua “provocazione” per rimarcare l’incoerenza di chi, per accusare «le destre» di «squadrismo», ricorre a toni feroci. La frizione gli è poi sfuggita da Formigli, al quale ha risposto: «Mi linciano in questo modo, travisano ogni cosa. Io amo molto le scritte sui muri, da Rodari in poi...» (giustificazione traballante). «Ho postato senza alcun commento questa storia auto-ironica»: dove stia l’autoironia nella «rissa con La Russa» resta un mistero. «È una frase quasi futurista, allitterante – rinvigorisce la supercazzola -. Non si può giocare né scherzare».
Tutto torna: se lo fanno “loro” è un gioco, una burla (si pensi anche al Landini che ha derubricato i roghi in piazza di fantocci e manifesti con un laconico «pensiamo alle cose serie»). Se invece lo facciamo “noi”, nel caso con un articolo su un fatto di rilievo relativo, nessun gioco ma squadracce, randello, linciaggio. In definitiva fascismo. Certo potevamo lasciar correre, non offrirgli il gancio su cui appendere la rappresentazione di un presunto martirio e di un sistema brutale che esiste solo nella sua narrazione. Eppure non lasciar correre è funzionale, serve a smascherare Montanari, a far riflettere su come la sua frizione risulti irrimediabilmente compromessa.