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Referendum, così i cattolici hanno ignorato i vescovi e scelto il sì

I praticanti favorevoli alla riforma per il 52,8 per cento, i saltuari al 54,6. Le gerarchie ecclesiastiche ormai non spostano voti
di Andrea Morigi mercoledì 25 marzo 2026

2' di lettura

A sorpresa, l’urna e la sacre stia non coincidono. Anzi, divergono. I flussi elettorali indicano che al referendum sulla riforma della giustizia, i cattolici hanno scelto per la gran parte di andare contro tendenza. I praticanti assidui hanno votato sì per il 52,8%, i praticanti saltuari per il 54,6% e i non praticanti per il 50,9%. Gli unici in scia con la maggioranza sono i credenti di altre religioni (Sì: 47,9%; No: 52,1%) e, distanziati, i non credenti (Sì: 31,6%; No: 68,4%). Così si vanifica tutto l’impegno di don Luigi Ciotti, le sue campagne antimafia in chiave rigorosamente antifascista e di sinistra. Emergono le contraddizioni già evidenti nel tira-e-molla del vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Francesco Savino, vescovo della diocesi calabrese di Cassano allo Ionio, che prima voleva benedire Magistratura Democratica poi si era tirato indietro durante la campagna referendaria. Mediaticamente, sembrano potenti. Dal punto di vista del seguito popolare, non appaiono altrettanto efficaci. E, due giorni fa, mentre arrivavano i primi risultati della consultazione, se n’è accorto perfino il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi. In apertura del Consiglio episcopale permanente che riunisce a Roma i vescovi italiani fino a oggi, ha avvertito delle «pericolose polarizzazioni che non hanno aiutato a comprendere la materia di fondo e quella opinabile». Come opinabili sono le espressioni di esultanza dei prelati che nel frattempo, si consolavano con lo slogan «Viva la Costituzione, la costituzione è viva». Mentre Sua Eminenza Zuppi aggiustava il tiro con un auspicio: «Tenendo sempre conto dell'equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo che sia scelta la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene».

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Da tempo è notorio che le gerarchie ecclesiastiche non sono più in grado di spostare un singolo voto. E anche che la presenza dei cattolici in politica si è tanto rarefatta da divenire ormai una variabile irrilevante nel panorama delle istituzioni italiane. Ma c’è la società civile, quella vera. In ambito ecclesiale prevale un altro tipo di influenza, semmai, costruita dal basso, come quella dei 150 Comitati civici Per un Giusto Sì, sorti negli ultimi mesi in tutt’Italia, che hanno dato spazio a testimoni e cittadini, accademici e professionisti. Riflettevano sul merito della questione, non per logica di schieramento politico. E affrontavano i temi del correntismo, dell’ingiusta detenzione e dell’attivismo giudiziario alla luce della dottrina sociale della Chiesa. In sintesi, le tre ragioni per cui i cattolici avrebbero dovuto votare sì, seguendo l’appello di Aldo Rocco Vitale, pubblicato alla vigilia del voto dal Centro Studi Rosario Livatino. Una presenza culturale costante che ha dato frutti, a giudicare dalla consapevolezza dimostrata dai cattolici nella cabina, dove Dio ti vede e il vescovo no.

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