Sono i giorni della grande festa dei Signori del No, che poi è tutto un congratularsi reciproco sugli stessi giornali e uno strizzarsi l’occhio vicendevole negli stessi talk show, tutto prevedibile e perfino una non-notizia: sono i vincitori del gran gioco democratico. Solo che, e capiamo che la scarsa abitudine non aiuta, bisogna pure saper vincere. Non contenere il senso di vittoria, per carità, ma nemmeno fonderlo indissolubilmente col proprio Ego fino a fare del resto del mondo un’appendice trascurabile. Il gioco è democratico se e solo se è rispetto della minoranza, soprattutto se è diffusa nell’ordine dei tredici milioncini (siamo a Karl Popper, che non risulta ancora annoverato nel giro meloniano). I tratti dominanti del grande party mediatico del No sono invece l’estasi e l’inverosimiglianza. Antonio Scurati, su Repubblica, è inebriato dal mix meteorologico-politico: «C’è sentore di riscossa nell’aria di questa primavera» (avesse vinto il Sì, ovviamente, si sarebbe avvistato un subdolo colpo di coda dell’inverno). Il «vasto schieramento che ha nettamente prevalso» è composto «da tutti coloro che difendono e sostengono la democrazia liberale». I quali infatti hanno deciso che l’Italia debba continuare ad avere un sistema giudiziario dissonante da tutte le democrazie liberali del globo. Salta il principio di non contraddizione, ma c’è da capirlo, la logica cede il passo al rapimento mistico. Si capisce un po’ meno, onestamente, la suddivisione un tantino manichea tra i giovani «follower del nulla tatuato e griffato» (il Fedez a colloquio con Meloni) e «dall’altra parte» (scritto proprio così, scavalcata la barriera morale e ontologica) «altrettanti ragazzi che studiano, s'informano, si appassionano, pensano».
Cogito No, ergo sum, è la riscrittura referendaria e non esattamente inclusiva del dettato cartesiano. Ma il protagonista indiscusso delle celebrazioni a testate unificate è stato Nicola Gratteri, uno e trino: il suo verbo campeggiava su La Stampa, sul Fatto Quotidiano e sulla solita Repubblica. Interessante in particolare l’intervista sul quotidiano torinese, perché consisteva nella sconfessione implicita di quel Gratteri Nicola che in campagna elettorale aveva evocato imputati, mafiosi, massoni deviati, virgolettati inesistenti di Falcone e persino conti da fare con giornalisti non graditi. Un incendiario, rispetto al pompiere avvistato su La Stampa: «Adesso devono prevalere il dialogo e il confronto e credo sia necessario riportare la discussione su un piano istituzionale, fatto di rispetto reciproco e attenzione ai contenuti, nell'interesse del Paese».
Perbacco, sembra di sentire parlare Mariano Rumor. Non fosse che ecco, dottor Gratteri, glielo diciamo col maggior tatto possibile, prima che lei “tiri su una rete” (come aveva detto al Foglio), tutta questa moderazione e accortezza liturgica fuori tempo massimo potrebbe risuonare come la beffa, alle orecchie dei da Lei apostrofati come sopra. Chi invece la moderazione non riesce a frequentarla nemmeno al novantaduesimo, nemmeno per simulazione o errore statistico, è Marco Travaglio. Che ieri ha vergato il centoventisettesimo editoriale di sfottò agli avversari (nemici, nel suo mondo ridotto a banco degli imputati) politici ed editoriali, e fin qui non ci discostiamo dallo sbadiglio. A un certo punto, però, ha scelto di scendere nel sottoscala intellettuale e umano. «Gaia Tortora rassicura il fan club: “In nome e per conto del 46% andiamo avanti. Sempre a testa alta”. Ad avercela». Ci sono venuti molti commenti su chi porta nel nome, e nell’esistenza, il segno della malagiustizia italica, privato della dignità di essere pensante. Ma il migliore è quello della diretta interessata: «Caro Direttorino sei di una miseria infinita. Hai la penna solo per gli insulti. Confermo il mio vaff***lo». Sempre più signorile dei Signori del No, obiettivamente.