Le frasi infelici di singoli magistrati, anche molto autorevoli, come di singoli politici, possono essere inquietanti e spaventare, ma restano espressioni individuali. Una toga che straparla o minaccia non fa sistema. Bisogna aspettare sabato per capire quale via intraprenderà, dopo la vittoria al referendum, l’Associazione Nazionale Magistrati. Sceglierà il dialogo con le istituzioni e con il governo, auspicato dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, o “tirerà la rete”, metafora minacciosa usata in campagna elettorale dal procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, rivolgendosi a un cronista? Assisteremo al tentativo dei magistrati di risolvere le disfunzioni della giustizia o a una rappresaglia, come lasciano presagire gli inviti a dimettersi agli avvocati che si sono impegnati per il Sì e i cori da stadio contro i colleghi favorevoli alla riforma?
Sono le dimissioni del presidente dell’Anm, Cesare Parodi, ad aprire il vaso di Pandora. La toga, di Magistratura Indipendente, fresco procuratore di Alessandria accusato da nemici e odiatori di lavorare poco, fa il passo indietro per gravi motivi famigliari. C’è chi dice che deve curare i genitori, molto anziani. Il suo lascito a chi lo sostituirà è chiaro: «È necessario che la magistratura avvii un percorso di cambiamento interno, c’è troppa poca trasparenza nelle nomine dei nostri direttivi» ha dichiarato al Corriere della Sera. Poi ha aggiunto in altra sede, rivolto ai colleghi più esagitati: «Non avrei cantato “Bella Ciao” e non avrei fatto i cori di Napoli», contro i magistrati per il Sì, «perché sono diverso come carattere»; anche se la condanna è con le attenuanti, bisogna pur sopravvivere: «Non sono state manifestazioni strutturali, piuttosto lo sfogo dopo settimane di tensione. Può capitare di avere comportamenti non riconducibili alla nostra normalità, non c’è nulla di grave».
Parodi è per il dialogo e non per la vendetta quindi. E non è una buona notizia per chi pensa che forse il presidente uscente, dopo aver messo la faccia su una campagna elettorale dai toni accesi e non di rado sbagliati da ambo le parti, non abbia intenzione di continuare a farlo perché prevede una stagione di resa dei conti. La sua storia si presta a divenire chiave di lettura per capire quel che potrebbe accadere. Parodi arrivò settimo dentro Magistratura Indipendente, la fazione più moderata, alle elezioni dello scorso anno per fare il presidente di Anm. Fu scelto, o meglio pescato, in virtù di un gioco di accordi tra correnti, in particolare con Area, quella più forte di sinistra, che doveva lasciare il passo perché aveva espresso il predecessore, Giuseppe Santalucia. La spuntò proprio in virtù della debolezza del suo consenso e della mitezza del carattere e quando, come prima mossa, disse che voleva incontrare Giorgia Meloni per parlare della riforma, venne aggredito dai colleghi e costretto alla retromarcia, perché con il nemico non si tratta. Spiegò di essersi confuso a causa dell’emozione e tirò dritto, ma per tutto un anno fu rimproverato di essersi troppo appiattito sulle posizioni delle correnti rosse. Ora che si è liberato del fardello, può dire la sua, ma non può più incidere.
E si torna al dilemma del successore.
Parodi ha fatto un anno su quattro e la sua corrente vorrebbe sostituirlo già nel direttivo centrale di sabato prossimo, con una sua toga, Giuseppe Tango, giudice del Lavoro a Palermo, o Gerardo Giuliano, magistrato d’Appello a Napoli e figlio di un’altra toga, poi divenuta sottosegretario alla Giustizia con Forza Italia. Sono entrambi profili forti però, in grado di avviare una stagione di dialogo con le istituzioni per intendersi. Per insediarli, basta una semplice sostituzione, non serve ridisegnare tutta la giunta dell’esecutivo dell’Anm, che ricorda la composizione di un governo della Prima Repubblica: il presidente è di Magistratura Indipendente, il segretario è di Area, il vicepresidente è di Unicost e il vicesegretario di Magistratura Democratica, con le altre sei poltrone suddivise in base al peso delle correnti.
Tutto semplice dunque? Nì; manca ancora l’accordo politico tra i quattro segretari dei partiti in toga. Se Area riuscisse a portare a sé qualche esponente di Unicost, per quelli di Md l’impresa è più facile, potrebbe tentare il cappotto e insediare alla presidenza un magistrato più battagliero nei confronti della politica e meno incline a quel “rinnovamento” che Parodi ha auspicato nel suo testamento spirituale. Sono ore febbrili non solo al governo quindi. Anche un dettaglio può far pendere la bilancia della giustizia da una parte o dall’altra.
I cronisti della politica togata raccontano che una parte della magistratura all’inizio non era così sfavorevole alla riforma Nordio: era pronta ad accettare la separazione delle carriere e un sorteggio temperato per tutti i membri del Csm, non puro e solo per i magistrati, come poi è stato previsto nella riforma. Il Guardasigilli era andato al congresso di Magistratura Indipendente, sua vecchia corrente d’appartenenza, per annunciare cambiamenti favorevoli del trattamento dei giudici in malattia, questione molto cara alla categoria. Poi, colpa della politica, non riuscì a mantenere l’impegno, e l’ipotesi di dialogo divenne guerra totale. A questo giro, il governo in vista di sabato ha dato ieri i suoi segnali. Si attende il verdetto.