Basta una battuta per beccarsi del fascista. Il caso Pucci avrebbe dovuto insegnare qualcosa, invece non ha insegnato nulla. Giancarlo Magalli è stato accusato di essere un pericoloso nostalgico del Ventennio per aver risposto con ironia a Caterina Balivo nell’ultima puntata del talk La volta buona su Raiuno. La padrona di casa domandava ai suoi ospiti, tra cui Magalli, quale fosse la loro canzone del cuore. Il popolare conduttore, che ha sempre la battuta pronta e veloce, replica spiritosamente. Perché è ovvio che, se citi un brano patriottico scritto nel 1911, che la metà del pubblico non conosce, tu sei ironico. O no? Magalli ha infatti risposto che gli piace molto la canzone Tripoli bel suol d’amore. Gelo.
«Un brano del Ventennio», ha aggiunto, notando le espressioni attonite dei presenti, conduttrice inclusa, ignari del brano testé nominato. Scatta gli ospiti qualche risatina stiracchiata, comprensibile perché quando sei in imbarazzo e/o non capisci la battuta, ridere è la cosa migliore che puoi fare. «Dai, di Gino Paoli?», incalzala conduttrice di Aversa. Magalli dunque si fa serio e risponde: «Ti lascio una canzone, mi piace moltissimo». Si riferiva ovviamente al brano di Gino Paoli interpretato anche da Ornella Vanoni.
Dopo il siparietto in diretta, sono partiti sui social i commenti dei complottisti e degli smanettoni del web, inevitabili come la pioggia dopo la messa in piega. Qualcuno, per esempio, ha scritto: «Chissà cosa gli hanno promesso per fare queste battutone. Un programma tutto suo? Una poltrona da giudice o opinionista in qualche altro salotto?». E poi: «In linea con la Rai fascista, normale che nessuno è intervenuto». Le solite teorie legate alla presunta TeleMeloni. «Un caso gravissimo», ha tuonato un altro tizio molto allarmato. Che poi A Tripoli è stata scritta il 29 settembre 1911, quando l’Italia di Giolitti intraprese la conquista della Libia, molto prima dei fasci di combattimento, per essere precisi.
La canzone narrava di quella che doveva essere una facile e trionfale occupazione (la Libia) ma che scontava in realtà, sin dall’inizio, i limiti di un’impresa militare improvvisata in pochi giorni e fatta nella totale sottovalutazione delle forze avversarie. Di fronte alle difficoltà, il contingente italiano fu potenziato dagli iniziali 35.000 uomini a oltre 100.000 La guerra si concluse con la pace di Ouchy il 18 ottobre 1912. Le fasi del conflitto furono accompagnate da una canzone, A Tripoli, che ebbe da subito un grande successo: il brano nacque sul tavolo di lavoro di Giovanni Corvetto, cronista del quotidiano La Stampa di Torino, e dalle note del musicista torinese Colombino Arona.
Fu composto per una scenetta dedicata alla guerra di Libia che doveva far parte di una rivista musicale al Teatro Balbo di Torino. La canzone fu affidata alla giovane attrice Gea della Garisenda, che piaceva molto al pubblico per l’avvenenza e la magnifica voce. Si presentò sul palco indossando una divisa bianca della marina italiana, avvolta nel tricolore. Tripoli, bel suol d’amore conquistò il cuore degli italiani diventando la colonna sonora dell’impresa libica e dei giovani soldati che partivano per conquistare il paese africano.
Una canzone simbolo del colonialismo, patriottica, che divenne popolare durante il Ventennio ma non “fascista”. Si dà il caso che anche il grande Claudio Villa l’abbia cantata, con una interpretazione gradita a tutti. Magalli l’ha citata in modo palesemente ironico, nonostante nessuno in studio (Stefania Orlando e Marco Baldini) e pochi a casa l’abbiano colta, questa ironia. Ma tutto fa brodo per chi vuole vedere il marcio, o la presunta TeleMeloni, in ogni dove. Costoro, sì, cadono abbastanza nel ridicolo. Involontariamente.