Ha vinto il David di Donatello come attrice non protagonista per il film “Fuori”. Complimenti. Ma si sa che è nella natura dell’attore voler essere protagonista. Sarà forse per questo che, chiamata sul palco per la premiazione, la brava, acuta e bella Matilda De Angelis si è cimentata in un fervorino per spiegare in prima serata agli italiani come dev’essere il cinema e come è loro dovere foraggiarlo anche se non ci vanno. Non è stato un discorso di getto, benché stentato.
La diva si è presa la scena da consumata professionista; però, non avendo per una volta lo sceneggiatore, ha dovuto far di suo e il copione che si è scritta non reggeva. Dobbiamo tornare a fare film impegnati, opere politiche, era la sostanza. Grande attrice, Matilda: sul set vuole parti che mettano in risalto la sua nobile anima sociale, la sua tensione verso gli ultimi; quando si tratta di fare pubblicità, si fa tentare dai cachet di case automobilistiche per milionari come Maserati o di marchi simboli del lusso come Tiffany. Tutto lecito, per carità; ma sarebbe carino che la star pensasse alle maestranze anche in queste occasioni, e non solo quando batte cassa per il cinema italiano in abito da sera.
ASCOLTI BASSI
Sarà anche perché è stata la notte delle grandi contraddizioni, i belli, ricchi e famosi che piangono miseria e si tengono la mano l’uno con l’altro come fosse a rischio la loro salvezza, che i telespettatori hanno veleggiato verso altri lidi. Malgrado la prima serata su Raiuno, i David di Donatello, la messinscena più autoreferenziale della televisione italiana, mercoledì ha registrato solo il 12,2% di ascolti, peggio perfino del disastro dello scorso anno (13%). Un dato che dimezza le potenzialità della rete e si attesta un buon 35-40% sotto la media abituale. Ma dobbiamo davvero sorbirci questo polpettone sul primo canale anche l’anno prossimo? Non sarà il caso di spostarlo su Rai Cult, con tutto il rispetto?
Visto che peraltro è tv di servizio (degli attori agli attori) e non di intrattenimento. È una sorta di Telethon degli artisti che, nell’occasione, non fanno arte ma si qualificano come di parte con ripetitivi monologhi in cui si fanno i complimenti a vicenda. Una maratona televisiva per raccogliere fondi, dal governo e non dai telespettatori in fuga. Intendiamoci, non è stata certo tutta colpa di Matilda. Ognuno ci ha messo del suo.
A partire dal conduttore, Flavio Insinna, improbabile e accompagnato da una Bianca Balti quantomeno spaesata, forse proprio a causa sua. Insinna ha fatto sentire nostalgia di Carlo Conti; si mangiava le parole, faceva battute raggelanti, continuava a ringraziare per essere stato scelto e a dirsi indegno; non era necessario specificarlo, si vedeva. E naturalmente anche lui, tra le ovazioni, ha battuto cassa: i film vanno finanziati tutti, perché non si può sapere prima se una pellicola incasserà solo mille euro in sala, è riuscito a dire. Alla faccia del rischio di impresa, che va scaricato non sui produttori ma sui contribuenti. Suvvia, così si è guadagnato la pagnotta anche lui...
Già, perché l’impoverimento culturale, denunciato da DeAngelis come un atto d’accusa a questo governo, altro non è che la paura delle nostre starlette di un impoverimento dei loro cachet. Anche quest’anno l’esecutivo darà al carrozzone cinema e connessi oltre seicentotrenta milioni, finanziando, tra le altre, pellicole che mai andranno in sala. A proposito, sono quasi duecento i film sovvenzionati nel triennio 2023-2025 e non ancora usciti. La vera differenza, quella che brucia a registi e attori, è che la nuova normativa ha ritoccato la proporzione tra i soldi destinati a loro, in diminuzione, e quelli da ripartire tra le adorate maestranze, che invece aumentano. Ed è questo che manda i nostri divi progressisti e impegnati ai matti.
Alla fine va riconosciuto: il vero vincitore, tanto per cambiare, è solo e sempre lui, Checco Zalone. L’uomo che ha davvero salvato il cinema italiano, con il suo “Buen Camino”, che marcia verso gli 80 milioni di incasso, non si è presentato, malgrado la scontata vittoria del David per gli spettatori. Chi sa fare, ciak; chi non sa, presenzia e comizia. Il cinema come la vita. Gli altri attori invece la buttano in politica perché sono incapaci di confrontarsi con il mercato. Sono uniti dall’interesse e fingono di volersi bene, ma quando vengono delusi non resistono al narcisismo ferito. Un esempio per tutti, Paolo Virzì, in lizza per il miglior film con i suoi “Cinque Secondi”, che quando realizza che il premio a cui ambiva va al meno noto Francesco Sossai, con “Le città di pianura”, impiega esattamente cinque secondi per alzarsi e inforcare la via di casa. Ma forse, da valente regista, si sarà semplicemente stufato dell’indegno spettacolo.
PRIMA FILA CON KEFIAH
Lino Guanciale, miglior attore non protagonista, che sembra un bigliettaio svogliato, si sente Robert De Niro, beato lui. Dopo l’urlo “Palestina libera” - che c’entra?- cita la frase della star hollywoodiana, secondo la quale l’arte è una minaccia per autocrati e fascisti. Ma un regime che avesse paura di Guanciale, siamo seri, non sarebbe degno di questo nome. C’è anche chi sta in prima fila con la kefiah, come Pierpalo Capovilla, candidato a miglior attore protagonista per “Le città di pianura”. Dopo la grande serata pro-Pal, nessuno dei presenti partirà però su una nuova Flottilla. Molti andranno piuttosto in Giappone, a promuovere il cinema italiano. Tokyo e Osaka, tutto spesato, come si conviene a dei divi. Naturalmente al conto ci pensano quegli aguzzini affamatori del ministero della Cultura. Che li mettessero in una pensione a due stelle, così almeno avrebbero qualcosa per cui lamentarsi...