Ecco: hanno trovato l’anti-Italo Bocchino. È Simonetta Sciandivasci che su La Stampa sbrodola un lungo j’accuse contro l’humus culturale creato dall’attuale governo che ci impedirebbe di essere presenti con un film italiano a Cannes, a Berlino e financo agli Oscar. Altro che eliminazione dai mondiali che Bocchino imputò alla sinistra mondialista. Qua si parla di cultura altissima. Qua si ribadisce che anche i film non adatti al grande pubblico (le famose, fantozziane, “cagate pazzesche”) vanno sostenuti con tanti soldi pubblici altrimenti siamo e resteremo cafonal. Tutta colpa del Mic che finanzia un film su Gigi D’Alessio e non dà un centesimo al documentario su Regeni. Ma mica basta: è pure colpa della destra che accosta Pasolini a Atreju, e della Meloni che non trova i soldi per il congedo parentale di madri e padri (e meno male che non ha citato l’Iva sugli assorbenti).
Insomma avete capito i toni e gli argomenti dell’indignata Sciandivasci. Ma ci sarebbero alcune cosette da ricordare. Per esempio che il cinema d’autore è sostenuto dal Mic, come dimostra il caso del film Le città di pianura di Francesco Sossai (che ha avuto 200mila euro), bene accolto dalla critica e che ha ottenuto 16 nomination ai David di Donatello. Come dimostrano i fondi per la serie Portobello di Marco Bellocchio o per il film sull’omicidio di Willy Monteiro. Per esempio andrebbe ricordato il fatto che l’ultima Palma d’oro conquistata a Cannes dall’Italia è stata quella di Nanni Moretti per il film La stanza del figlio (2001) e bisogna risalire al 1978 (quando fu premiato Ermanno Olmi per L’albero degli zoccoli) per vedere il premio principale assegnato a un film italiano.
Per esempio andrebbe ricordato il fatto che – come riporta Rivista Studio – Nanni Moretti non avesse pronto il suo nuovo film, Succederà questa notte, e che ciò avrebbe influito sulla nostra assenza a Cannes. Inoltre, poiché pare che il caso del documentario su Regeni sembra essere quello che più ci condanna a una irrilevanza culturale irreversibile val la pena ricordare che il film su Gigi D’Alessio era valutato da un’altra commissione e non da quella che giudica i documentari e che ha detto no ai fondi per la pellicola relativa al processo Regeni. Quindi si tratta di due distinte commissioni e non è che i soldi non avuti dal docufilm su Regeni sono stati stornati su D’Alessio.
Certo non bisogna pretendere tutte queste puntualizzazione quando c’è da assegnare con leggerezza a Meloni anche la colpa di avere ucciso il cinema italiano, che è in crisi da almeno quarant’anni. E allora si mette in mezzo Zalone come a dire: a quelli di destra piace lui, come pretendete che si possa riprendere il cinema? Anche qua si ignora il fatto che se un film incassa come ha incassato Buen Camino tutta la filiera delle sale cinematografiche ne risente positivamente e dunque certo il successo al botteghino di Zalone ha aiutato il cinema italiano più dello scoramento di parte della commentatrice de La Stampa. Sicché mentre lo Zalone che piace agli zotici di destra (che poi piace a tutti e non è etichettabile) aiuta di fatto il cinema italiano certo non lo sostiene un Aurelio De Laurentiis che spara a zero contro Giuli perché finanzierebbe i “film dei macellai” ma poi distribuisce l’ultimo film di Verdone su una piattaforma streaming non di primo piano quando pure i ragazzini sanno che sono proprio le piattaforme streaming che stanno contribuendo ad ammazzare il cinema. E come la mettiamo con la rinascita della Mostra del cinema di Venezia (che sarà ancora guidata da Alberto Barbera fino al 2028 grazie a Buttafuoco nominato dalla cattivissima Meloni) che è diventata la passerella che tutti cercano e che tutti ambiscono di calpestare come promozione per la corsa agli Oscar? Insomma a Venezia arrivano le star che non si vedono sulla Croisette.
Significa che va tutto bene? No. Significa che un po’ di onestà intellettuale non guasta anche se il clima è quello da campagna elettorale. E anche su Pingitore, al di là dei contributi al suo film che ha un titolo che si presta a ironiche interpretazioni (Tony Pappalardo Investigations) anziché sparare a palle incatenate, si riconosca almeno che è stato col Bagaglino fondatore negli anni Sessanta di un cabaret anticonformista, libero e libertario. Una roba che la sinistra non è più capace di produrre (per poi dare la colpa a Giuli).