Per un periodo fu mio vicino di scrivania. In stanza, c’eravamo solo io e lui. Ma non diventammo realmente amici, era impossibile penetrare il silenzio di Montale. Un giorno, esce dalla stanza. Non rientra più. Avevo timore si fosse sentito male in bagno. Andai alla toilette. Era lì che armeggiava con i pantaloni. Era davvero basso di statura. Al Corriere c’erano orinatoi del tipo reso famoso da Marcel Duchamp e un lavandino. Il Nobel era alle prese con grandi manovre per arrivare con la patta all’altezza del lavandino, senza riuscirci. Tira su una gamba, poi l’altra. Un disastro. Alla fine, guardandomi, capisce che il pisciatoio è un altro.
Molto simpatico. Era amalfitano. Geniale titolista. Scopritore di talenti: Goffredo Parise e Alberto Arbasino. Per anni non ha voluto scrivere. Diceva di non essere capace. Poi iniziò. Era un fuoriclasse. Iniziarono a uscire in terza pagina elzeviri stupendi. Anni dopo, quando stavo per prendere la direzione dell’Indipendente, gli feci vedere la prima pagina anglosassone del giornale che avrei dovuto cambiare: «Come è bello e pulito! Sembra una lapide del cimitero. Vittò, si vuoije proprio dirigerlo, tu l’ha à spurcà! Mettici qualc spruzz’ e mmerda qua e là».
Tradotto: un bel titolo d’attualità, sette o otto richiami alle pagine interne, sempre un po’ di soldi, sesso, sangue. Praticamente il contrario dell’Indipendente di Ricardo Franco Levi, che metteva una foto enorme, faceva un titolo e tutto intorno era piombo. Feci come suggerito da Gaetano e funzionò. Talvolta mi invitava a cena con moglie e bambina nella casa di famiglia in via Manzoni. Poi però mi chiedeva di accompagnarlo all’hotel Principe di Savoia, dove dormiva lontano dai suoi cari. La prima volta mi mostrò la stanza da letto. Su una parete, c’era uno specchio coperto da un panno. Afeltra odiava lo specchio. Diceva che ogni mattina era costretto ad ammirare il suo declino, e questo lo deprimeva.
Il primo incontro con Oriana Fallaci avvenne in via Solferino. Quando lei arrivava, si creava il caos. Pretendeva di correggere le bozze anche quando il giornale stava per andare in stampa, strapazzava i redattori che si occupavano del suo pezzo, metteva becco nei titoli e nei sommari, discuteva sulle foto, non le andava bene niente. Insomma, faceva un casino infernale. Una sera mi punta con passo deciso. Mi chiede una sigaretta. S’incazza perché la marca non è di suo gradimento. Passano cinque minuti ed è di nuovo lì a chiedere un’altra sigaretta. netta si ripete ancora, poi le regalo il pacchetto. Lei sottolinea che accetta anche se quella marca fa proprio schifo. Alla fine, le devo regalare anche un secondo pacchetto. Poi sparisce. Passa del tempo. Io divento direttore dell’Europeo. Lei viene a conoscermi. Mi guarda un attimo, e mi fa: «Te tu sei quello delle sigarette di merda».
Fu l’inizio di una grande amicizia, che durò fino alla sua morte. Quando veniva in Italia ci incontravamo. Una volta mi diede appuntamento e mi disse di presentarmi presto al ristorante. Arrivai. Aveva un regalo per me, in un pacco mostruosamente grande. Lo scartai. Era una pelliccia di visone da uomo. «È l’ultima moda di New York». Le dissi che era incantevole. Non la misi mai. È ancora da qualche parte negli armadi al piano di sopra.
Ogni tanto, quando traslochiamo, salta fuori. (...) La Fallaci si era avvicinata al giornalismo nel 1946. All’epoca era una mosca bianca in redazione. Fin da giovane, era di una ferrea determinazione, che poi era rispetto per il lettore. Scriveva, riscriveva, correggeva e riscriveva di nuovo. Quando il te stole sembrava avesse raggiunto un buon livello, leggeva ad alta voce. Era il momento in cui tremavano i polsi ai suoi col laboratori. Se non le fosse piaciuto, si sarebbe ricominciato da capo. Era la migliore, e lo era perché perdeva anche mezza giornata su una parola.
Il suo articolo La Rabbia e l’Orgoglio, scritto subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle, fu un successo clamoroso. Ma il Corriere di Ferruccio De Bortoli ebbe timore di essere “schedato” tra i politicamente scorretti. Per questo, fece rispondere alla Fallaci da Dacia Maraini e Tiziano Terzani. Due articoli critici, pieni di luoghi comuni buonisti. Oriana ci rimase malissimo: ma come, ti regalo un articolo che ti fa andare esaurita la tiratura, e in cambio mi fai attaccare sulle stesse colonne? Da quel momento, la Fallaci decise di aiutarmi nell’impresa di far crescere il quotidiano che avevo fondato: Libero. (...)
Nel giugno 2006, mi telefonò: tornava in Italia, voleva morire a Firenze. Non aveva un appoggio, non voleva mostrarsi in pubblico, non sapeva dove andare. Le dissidi venire a casa mia, a Milano, in piazza Duse. Arrivò. La casa le piacque. Mandò via la governante. Nessuno doveva vedere il declino che precede la morte. Io mi trasferii momentaneamente al piano di sopra, ogni giorno scendevo a chiedere come andassero le cose. L’appartamento era ridotto in condizione pietose. Spegneva le sigarette sul divano. Non dissi nulla. Il 29 giugno, il suo compleanno, volle bere un mezzo bicchiere di Dom Perignon e mi chiese, come regalo, di accompagnarla dal salumiere, a trecento metri dal portone.
Passarono due mesi. Venne il momento di prepararsi alla morte. Partì con un’auto a nolo per Firenze. Voleva morire nella sua città. Mi chiese in prestito un bicchiere e un cucchiaino per prendere le medicine nel breve viaggio fino alla clinica Santa Chiara. Io ero in ospedale per una setticemia che quasi mi ammazzava. Non potei andare a Firenze. Un giorno incontrai monsignor Rino Fisichella, che l’aveva portata in udienza da Benedetto XVI e le era stato vicino fino all’ultimo respiro. Fisichella mi disse: «Oriana mi ha detto di darle questo, non appena ci fossimo incontrati». Era un pacchettino. Lo aprii. Dentro c’erano il bicchiere e il cucchiaino.