Ribaltando il classico proverbio secondo il quale quando hai «toccato il fondo puoi solo iniziare a risalire», il compianto leader degli Skiantos, Freak Antoni, aveva coniato un aforisma passato alla storia: «Quando hai toccato il fondo, inizia a scavare». Ecco, grosso modo è quello che ha deciso di fare il Fatto Quotidiano con la storia della grazia concessa a Nicole Minetti, confermata dalla Procura di Milano e ribadita dal Quirinale, a inizio giugno, con una dura nota ufficiale: «Non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato, ribadendo la propria fiducia nella Magistratura». Formalmente, quindi, il caso è chiuso. Ma per il quotidiano diretto da Marco Travaglio, nonostante la loro inchiesta sulle procedure seguite per la grazia concessa alla Minetti sia finita su un binario morto, il verbo corretto da usare (secondo loro, ovviamente) dovrebbe essere il condizionale: il caso sarebbe formalmente chiuso. La giustizia sarà pure uguale per tutti, come si legge nelle Aule dei tribunali, ma per il Fatto è uguale per tutti se prevale la loro tesi, non quella degli altri. Figuriamoci se di mezzo ci sono una causa civile da 5 milioni di euro, avviata davanti al Tribunale di Roma, e una denuncia alla Corte distrettuale di New York con una richiesta di risarcimento pari a 250 milioni di dollari (220 milioni di euro). Più che ad un racconto, l’articolo del Fatto assomiglia molto ad una vendetta, consumata a mezzo stampa.
INSISTERE COMUNQUE
Quindi, dopo aver toccato il fondo, il Fatto Quotidiano ha continuato a scavare. Stavolta su Maria, la madre biologica del bambino adottato dalla coppia italiana, scomparsa in Uruguay. Il racconto messo insieme dall’inviato del quotidiano diretto da Travaglio è una sorta di viaggio nel girone dantesco del Paese sudamericano, dove la «vita è merda», componendo un mosaico a dir poco raccapricciante. Se un bambino è stato salvato da quel mondo di sotto, vien da pensare, può essere solo un bene, non un male. «Maria è “persa nella droga”, come dicono qui a Maldonado, però in quel dicembre 2017 diventa mamma», racconta il Fatto, «una madre problematica. Incapace di gestire adeguatamente la gravidanza. È un fatto. E una previsione elementare: altrettanto impreparata a prendersi cura di suo figlio».
Poi una valanga di dettagli, frammenti, indizi, porzioni di vita, attraverso i quali poter ricostruire un intero puzzle, in modo da dare un volto e un nome ai personaggi di questa storia di disperazione e amore. Volti e nomi che dovrebbero restare nell’ombra.
«Esprimiamo forte preoccupazione per il contenuto dell’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano (sull’edizione di ieri, ndr), nel quale vengono riportati dettagli estremamente invasivi riguardanti la vita della madre biologica del minore, le sue condizioni personali, sociali e sanitarie, nonché riferimenti al padre biologico», affermano i legali di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, gli avvocati Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi. «Al di là di ogni valutazione di natura giornalistica, ciò che appare particolarmente grave è la mancata considerazione delle conseguenze che simili pubblicazioni possono arrecare al minore, esponendolo a etichette e ricostruzioni mediatiche della propria storia personale, con possibili ripercussioni sul suo equilibrio e sul suo percorso di crescita», si legge nel comunicato. Il bambino è nato alla fine del 2017, e già dall’ospedale partono le prime segnalazioni ai servizi sociali. La madre è di fatto single, in condizioni difficilissime, il padre è un giovane pregiudicato che è stato arrestato prima ancora della nascita del piccolo. Le prospettive di una vita decente sono praticamente nulle, tanto che il tribunale di Maldonado, competente per territorio, toglie il figlio alla madre naturale nel gennaio 2018, quando ha appena pochi mesi di vita. Elementi più che sufficienti per pensare al bambino, a come tutelarlo, a non violentarlo con un passato vissuto da vittima innocente, esponendolo alla gogna mediatica.
STORIE MARGINALI
«L’articolo finisce inevitabilmente per associare il minore a vicende di marginalità sociale e criminalità, prostituzione e tossicodipendenza creando una rappresentazione lesiva della sua dignità e della sua identità», ribadiscono i legali della Minetti. «Nessun bambino dovrebbe essere definito attraverso le fragilità o le condizioni dei propri genitori biologici. Particolare preoccupazione suscita il mancato rispetto dei principi contenuti nella Carta di Treviso, che impone ai giornalisti una tutela rafforzata dei minori, evitando la diffusione di informazioni idonee a identificarli o a comprometterne il sereno sviluppo psicologico e sociale», concludono la nota dei legali. Per tali ragioni, i difensori della coppia, «auspicano che tutte le istituzioni preposte alla tutela dell’infanzia intervengano con tempestività affinché sia assicurata la piena protezione del minore da ogni forma di esposizione mediatica lesiva della sua riservatezza, dignità e del suo armonico sviluppo Quando è coinvolto un bambino, il diritto di cronaca incontra un limite invalicabile: il superiore interesse del minore». Stavolta, forse, il limite è stato davvero superato. E questo scavare, rimestando nel torbido, non si capisce dove possa portare.