Nel 41 d.C. i pretoriani irrompono a palazzo dopo l’assassinio di Caligola, sciabolando tende e mobili in cerca di qualche superstite della famiglia da issare al trono prima che scoppi la guerra civile. Dietro un drappo trovano un uomo che trema, zoppo, balbuziente, sbavante: deriso da tutta la dinastia Giulio-Claudia come un ritardato buono solo per gli studi di storia etrusca, tenuto ai margini della vita pubblica, mai considerato un possibile erede. Lo trascinano fuori e lo proclamano imperatore; pensano di aver trovato un fantoccio da manovrare, un princeps fragile e riconoscente conviene a chi comanda le armi. Claudio non se lo aspettava, lui stesso non si riteneva all'altezza.
Eppure annette la Britannia, riforma la burocrazia imperiale creando i primi ministeri con funzionari professionisti, estende la cittadinanza ai provinciali, amplia il porto di Ostia che sfamerà Roma per secoli. Non un visionario acclamato: un uomo scartato per pregiudizio, non per demerito, a cui la storia offre finalmente la prova che nessuno gli aveva mai permesso di dare.
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Nel 2019 Ursula von der Leyen lascia il ministero della Difesa tedesco travolta dallo scandalo delle consulenze esterne, la Bundeswehr in condizioni imbarazzanti, la carriera data per finita a Berlino dal suo stesso partito, che la considerava ormai un peso. Viene spedita a Bruxelles quasi per liberarsene, confermata dal Parlamento europeo con un margine di nove voti, il minimo storico: una presidente fragile e riconoscente conviene a chi comanda ancora, cioè gli Stati membri. Arriva da scartata di un sistema che non voleva più saperne di lei, non da vincitrice annunciata con un mandato forte. Poi capita di tutto: il Covid, la guerra in Ucraina, il vuoto di leadership tedesco e francese, la Brexit che toglie di scena il principale freno sovranista dall’interno dell’Unione; parallelamente si registra l’indebolimento della storica alleanza sinistra-centro che aveva retto l’UE fino ad allora.
E Von der Leyen, a sorpresa, si dimostra all’altezza del compito. Pur mantenendo la tendenza a pasticciare col denaro altrui (Pfizergate sopra tutto) e senza riformare un impero come fece Claudio, Ursula non fa errori ma sfrutta al meglio la congiuntura storica e si ritrova ad essere la prima vera presidente sovranazionale d’Europa. O la cosa più simile a un ruolo del genere. Mentre Germania e Francia sbandano su Putin, lei regge il timone. La gestione della pandemia non è impeccabile ma migliore di quella degli Stati. Scaltro il suo modo di giostrare fra destra e sinistra, fra Washington e Pechino, Biden, Trump e Xi. Trovata dietro una tenda, come il quarto imperatore, potrebbe eguagliarne le gesta. Il futuro ce lo dirà.