Nessuna sospensione in atto (almeno al momento) per Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report. Il giornalista di Rai3 è costretto a calmare le sue esagitate truppe esterne alla Rai. All’indomani della notizia sull’indagine interna sollecitata dai vertici del servizio pubblico radiotelevisivo, le prefiche della travagliata squadra del Fatto quotidiano supportate dall’eco della pattuglia pentastellata in commissione di vigilanza hanno cominciato inopinatamente a latrare. Tanto da costringere a intervenire Ranucci in persona - come riportato da Dagospia - per chiedere di abbassare i toni e i lamenti a priori.
Ad aprire le danze era stata la senatrice M5S, Dolores Bevilacqua, sempre prodiga di pleonasmi retorici.
«Contro Report si sta scatenando l’inferno. Ora sono arrivati alle “verifiche interne” dopo l’input della settimana scorsa di Adolfo Urso. Vogliono vigliaccamente fare fuori Ranucci entro novembre per affidare Report a qualcuno di meno fastidioso. O magari - continua Bevilacqua - si spingeranno ad affidarlo a qualcuno che hanno piazzato proprio loro per distruggere Rai 3 come Antonino Monteleone, che ieri ha messo in scena l’ennesima trasmissione indecente fondata sul suo servilismo giornalistico sempre pronto a fare favori al proprio padrone. Questa è TeleMeloni: censura contro l’indipendenza e premi per quelli che possono tenere al guinzaglio». Un assolo, quello della Bevilacqua al quale hanno ben presto fatto da coro i membri M5S in Vigilanza.
LA POLEMICA
«Se fosse confermato che la Rai avrebbe deciso di sospendere Sigfrido Ranucci dalla guida di Report, saremmo di fronte a un atto di banditismo istituzionale senza precedenti. Nemmeno ai tempi dell’editto bulgaro di Berlusconi si era vista una violenza simile. Se davvero così fosse, saremmo davanti a una vergognosa esecuzione politica, la prova lampante di una Rai ridotta a serva muta e zerbino di Palazzo Chigi che - proseguono i parlamentari ex grillini - anziché fare scudo attorno a un giornalista che fino a prova contraria resta la vittima di un attentato che ha messo in pericolo la sua vita e quella della sua famiglia, sceglierebbe di finire il lavoro di tutti questi mesi eliminandolo dalla tv. Se questa follia venisse confermata, la libertà di stampa in questo Paese sarebbe ufficialmente morta e sepolta. Non sarebbe più tempo di indignarsi in silenzio: saremmo al regime puro e non assisteremmo in silenzio». Del resto, al netto del rispetto dovuto all’opposizione, vien da chiedersi quando si siano mai sottratti dal penoso ruolo di raccontare la fiction di un tele regime ad oggi del tutto immaginario.