Sono le 3 e 56 del mattino del 4 luglio. Valter Lavitola è sulla Toyota Aygo intestata alla moglie Natalia. I carabinieri hanno appena perquisito casa sua. Non sapendo della presenza di una cimice ambientale piazzata nell’auto, chiama Sigfrido Ranucci, mettendolo in viva voce. Entrambi sono preoccupati dai possibili sviluppi delle indagini. Lavitola gli spiega che l’inchiesta sull’attentato dinamitardo è «chiusa». Ranucci risponde che, quando avverranno le contestazioni, farà le proprie considerazioni: «L’inchiesta è chiusa... quando ci sarà da contestare questi fatti, io risponderò...».
A riportare le intercettazioni tra l’ex editore dell’Avanti e il giornalista è “la richiesta per l’applicazione delle misure cautelari personali” della Procura di Roma. All’inizio di quella conversazione emerge tutta la preoccupazione di Lavitola per gli elementi a suo carico raccolti dagli inquirenti. Il faccendiere si confronta con il giornalista sulle dichiarazioni rese da Ranucci in Procura il 2 luglio. «Scusami, non te lo potevano dire a te no che avevano... il timore che fossi io? (il mandante, ndr)» chiede Lavitola. Ranucci, con tono preoccupato, replica: «E allora che mi hai chiamato a fare? ... che mi hanno chiamato a fare?». Poi Lavitola gli dice che la Procura è in possesso, dal 2 luglio, di elementi a carico del giornalista: «Eh vabbè... l’altro ieri gli elementi su di te ce li avevano già». Parole che trovano la conferma di Ranucci («a posta ti sto dicendo...»). Dalle carte, però emerge un altro dettaglio sul loro rapporto di amicizia. Il documento contiene infatti anche le “sommarie informazioni” rese da un giornalista di Report, Daniele Autieri, escusso il 10 luglio scorso. Gli inquirenti gli chiedono conto di un messaggio (sull’app Signal) comparso sul telefono di Lavitola tra le 23.09 e le 0.56 del 4 luglio, la notte in cui viene perquisita la casa del faccendiere: «Ciao Valter, mi ha chiamato Sigfrido, mi ha detto che i carabinieri sono venuti da te? Ci vogliamo sentire?».
La Procura ipotizza che Ranucci, venuto a conoscenza della perquisizione, abbia preferito non telefonare a Lavitola, ma farlo contattare da un proprio collaboratore. Due telefonate brevi una alle 23.19 durata un minuto e una alle 23.39 durata due - cui segue un messaggio vocale più lungo che Autieri legge la mattina seguente. «Con quella chiamata serale» spiega l’inviato di Report, «voleva informarmi dell’accaduto proprio perché, considerato che ho lavorato all’inchiesta sul cantiere navale (Vittoria di Adria, ndr), c’è sempre stato tra noi uno scambio di informazioni circa le vicende connesse all’attentato e al cantiere», che Ranucci riteneva collegate. Autieri sottolinea infatti che la telefonata non fosse finalizzata a fargli contattare Lavitola, ma a informarlo della perquisizione e dei suoi motivi, ovvero che il faccendiere fosse il mandante dell’attentato a Ranucci.