Sul caso Ranucci-Lavitola è montata forte la polemica correlata sui compensi degli inviati di Report. La discussione, ora, si allarga e arriva a coinvolgere anche Salvo Sottile. Il giornalista, con un post sui social, interviene sulla vicenda che riguarda la pubblicazione delle cifre legate ai collaboratori della trasmissione di Sigfrido Ranucci e punta il dito contro quello che considera un doppio standard. Spiega Sottile: “I colleghi di Report oggi si indignano per la pubblicazione dei loro compensi. Hanno ragione”.
Subito dopo, però, ricorda quanto accaduto quando furono resi pubblici i suoi compensi e quelli di altri giornalisti Rai “sgraditi”. In quel caso, sottolinea, non ci fu “nessun comunicato di solidarietà” da parte dell’Ordine dei giornalisti o della Fnsi. Il ragionamento del giornalista parte, dunque, da una domanda: perché la tutela della categoria dovrebbe scattare soltanto quando vengono pubblicati i compensi degli inviati di Report? Sottile non contesta il diritto dei colleghi a protestare contro cifre che ritengono scorrette, ma mette in discussione la diversa reazione registrata in occasioni differenti. Sottile aggiunge: “Report può indagare tutti, ma guai a toccare Report”. La sintesi, in pratica, della polemica riportata nell’intervento. Il caso torna così a concentrarsi sul tema della trasparenza dei compensi nella Rai e sulla loro pubblicazione. Sottile, peraltro, continua a lavorare nel servizio pubblico. Dopo aver guidato FarWest su Rai3, dalla prossima stagione sarà al timone di Ore 14 su Rai2, raccogliendo l’eredità di Milo Infante.
Nel suo caso, la cifra finita al centro del dibattito è quella di 400mila euro lordi all’anno. Il compenso era stato indicato nel 2017, durante la discussione sui compensi Rai e sull’applicazione del tetto agli stipendi. Nel 2020 Il Fatto Quotidiano tornò sulla vicenda, scrivendo di aver avuto conferma della cifra. È proprio questo precedente che Sottile utilizza per contestare quella che considera una disparità di trattamento. Il tema, dunque, non sarebbe la possibilità di tutelare gli inviati di Report, ma l'applicazione dello stesso criterio a tutti i giornalisti. La conclusione è netta: “Le garanzie sono davvero garanzie soltanto quando valgono per tutti”. Altrimenti, sostiene il giornalista, il rischio è quello di avere “un doppio standard”.