Mentre Sigfrido Ranucci conduceva le sue inchieste su mafia, criminalità organizzata, politica e apparati dello Stato, suo fratello Daniele lavorava dentro la Commissione parlamentare antimafia. Non come parlamentare, naturalmente, ma come ufficiale della Guardia di finanza.
Per oltre dieci anni è stato infatti assegnato ad un settore particolarmente delicato: l’archivio super riservato della Commissione. A raccontare la vicenda è il Tempo. Facendo scoppiare di rabbia Ranucci, che se la prende col direttore, Daniele Capezzone. «È riuscito a scrivere una decina di cose false in 10 righe», scrive su Facebook il conduttore di Report, dicendosi «costretto a ripristinare la verità per tutelare la dignità di mio fratello Daniele che in quanto appartenente alla Guardia di Finanza non può parlare senza autorizzazione». «Questo dovevo all’onore della mia famiglia e alla storia di Daniele che paga il solo fatto di essere mio fratello», conclude.
Immediata la replica del direttore del Tempo. «Temo che Sigfrido Ranucci stia smarrendo la lucidità. Il suo post, depurato dagli attacchi gratuiti a Il Tempo, al nostro editore, ai miei colleghi e a me, conferma in pieno la sostanza di ciò che abbiamo scritto sul lavoro di suo fratello in uno snodo delicatissimo della Commissione Antimafia» scrive Capezzone. «Sarà bene» conclude «che Ranucci si abitui all’idea che anche altre testate possano fare inchieste».
Intanto ieri, sul fronte giudiziario, si sono registrate alcune novità. A cominciare dal rinvio dell’interrogatorio della banda che il 16 ottobre scorso ha piazzato l’ordigno sotto casa di Ranucci a Pomezia. Nei giorni scorsi i legali dei quattro, in carcere dal 30 giugno, hanno inviato una comunicazione ai pm della Dda per chiedere di essere ascoltati dopo gli sviluppi dell’indagine con l’arresto di Valter Lavitola che ha confessato di essere il mandante dell’azione dinamitarda. L’interrogatorio si terrà non prima della prossima settimana.




