Non sarà Vauro a schierarsi nella difesa di Sigfrido Ranucci. Il vignettista, intervistato dal Corriere della Sera, prende le distanze dall'ex conduttore di Report e sposta il bersaglio dal terreno giudiziario a quello, più ampio, del rapporto tra informazione, politica e protagonismo personale. Al centro delle sue critiche c'è soprattutto il presunto narcisismo di Ranucci, che secondo Vauro sarebbe arrivato fino alla costruzione di un'immagine da "martire".
Alla domanda su cosa rimproveri al giornalista, Vauro risponde senza esitazioni: "Il narcisismo. Così spinto da autoproclamarsi martire". E contesta soprattutto il paragone con alcune delle figure più tragiche della storia italiana: "Si è paragonato a Moro, Falcone e Borsellino". Per il vignettista, il riferimento alle vittime della mafia rappresenterebbe "l'apice di questo teatrino delle vanità".
Vauro critica anche l'atteggiamento personale attribuito a Ranucci, richiamando quanto scritto nel suo libro: "Non lo attacco né lo difendo, però avendo letto qualche pagina del suo libro, uno che si vanta di insidiare le stagiste...".
Il vignettista precisa di non voler fare il moralista, ma giudica comunque quel comportamento indicativo della persona: "Non sono un moralista ma non mi pare il caso di vantarsi di certe cose. È questione di statura della persona".
Per Vauro, tuttavia, il caso Ranucci è soprattutto il sintomo di un sistema più grande, nel quale politica e informazione finiscono per alimentarsi reciprocamente. "Ognuno ha la sua parte in commedia, non è più questione di opinioni, ma del loro monopolio e dell'interscambio da uno show all'altro dei portatori di opinioni", sostiene.
La conclusione è una bocciatura netta del "caso Ranucci" come centro del dibattito pubblico: "Anche la polvere di Ranucci si depositerà". E Vauro rivendica la propria posizione: "Io sto dalla parte di chi ha un rigurgito acido davanti a tutto questo. Dalla parte di una satira che non fa comicità, ma rompe ancora le scatole".