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Libero fa scoppiare un’altra bomba nel caso Ranucci

di Giacomo Amadori domenica 6 settembre 2026

5' di lettura

Nell’inchiesta sulla bomba a Valter Lavitola mancava solo il colpo di scena alla Mario Chiesa. All’epoca a dare la stura a Tangentopoli era stata una donna arrabbiata con l’ex marito, Chiesa appunto, un esponente del partito socialista che non pagava alla consorte gli «alimenti» dovuti. Le dichiarazioni della signora sul patrimonio nascosto dell’ex coniuge fecero felici Antonio Di Pietro e il pool di Mani pulite, con le conseguenze che tutti conoscono.

Questa volta a far sperare i magistrati è una quarantasettenne argentina, Natalia Potenza, ex compagna di Lavitola e madre dei suoi figli. A farla infuriare, come abbiamo già scritto, è stata l’intervista che la «fidanzata» brasiliana di Lavitola, l’estetista Adriana Linhares, ha rilasciato a Libero lo scorso 19 agosto. I due amanti avevano iniziato la loro relazione nel febbraio di quest’anno e i carabinieri li avevano intercettati sia prima della perquisizione che al momento dell’arresto di Lavitola, quando il faccendiere inviò alla donna l’ultimo messaggio. E con noi la quarantaquattrenne sudamericana aveva rivendicato il fatto di essere la «vera compagna» di Lavitola: «Valter viveva con la madre dei suoi figli, ma erano separati in casa. Lui ha avuto due ragazzi con questa donna e basta. Ma lei non è sua moglie. Non sono sposati». Parole che nell’animo di Natalia Potenza, che sino a quel giorno aveva condiviso tutto con Lavitola, devono avere avuto l’effetto di un’altra bomba.

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BASTA VISITE IN CARCERE
«Dopo il vostro articolo la moglie non vuole più andare in carcere a trovare il nostro cliente» ci aveva confessato l’avvocato Sergio Cola. Dopo poco la Potenza ha informato i legali dell’ex compagno di voler interrompere i contatti con loro e di avere individuato un difensore di propria fiducia, Giuseppe Cavallaro. Ieri Il Giornale ha anticipato a che cosa avrebbe portato questa decisione: a una memoria scritta contenente una «confessione».

Cavallaro, con Libero, commenta: «A breve, avrete molto da scrivere. Non posso dire altro. Facciamo lavorare la magistratura e chi di dovere. Ci sentiremo per i prossimi eventi, per voi inaspettati». Natalia Potenza è la persona dietro il cui nome Lavitola ha protetto le proprie attività. Per esempio il celebre Cefalù bistrò di Monteverde è gestito dalla società a responsabilità limitata semplificata Baires, posseduta al 100% dalla donna. Il capitale sociale è di 1000 euro, ma nel maggio 2024 la società cooperativa a responsabilità limitata Cefalù (oggi presieduta da un cittadino albanese e da un iraniano) ha affittato l’azienda (ristorante e b&b) alla Baires.

Ma probabilmente la Potenza, oltre alle attività italiane dell’ex compagno in carcere, conosce anche altri altarini dell’uomo, a partire da quelli legati ai suoi affari in Africa e Sud America. Ma forse avrà qualcosa da dire anche sui rapporti tra il faccendiere e Ranucci e sull’influenza che Lavitola potrebbe avere avuto sulle inchieste di Report. Resta da capire se conosca anche i retroscena dell’ordigno esploso davanti a casa dell’ex conduttore della trasmissione d’inchiesta di Rai3.

MEMORIA DI 71 PAGINE
Intanto, gli avvocati del faccendiere, Sergio e Arturo Cola, hanno messo a punto una memoria di 71 pagine depositata in vista del Riesame di domani. Dopo che il gip Iole Moricca ha liquidato come non credibile la confessione di Lavitola, in particolare nella parte che riguarda il movente (la volontà di fare rafforzare la scorta di Ranucci), i legali hanno deciso di evidenziare come il loro assistito non abbia in realtà minimizzato il proprio ruolo. Lavitola sarà collegato in videoconferenza dal carcere per contestare «gli errori macroscopici del gip nella motivazione di rigetto».

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In particolare nella memoria viene evidenziato che il faccendiere, già durante l’interrogatorio di garanzia, aveva ammesso di avere preso in considerazione «i vantaggi di carattere personale» che gli sarebbero derivati da un’eventuale candidatura in politica di Ranucci, una discesa in campo che l’ordigno esploso il 16 ottobre 2025 avrebbe certamente favorito. Il gip, laddove afferma che «il movente» sarebbe stato «ricondotto esclusivamente alla volontà di potenziare la scorta del Ranucci», non avrebbe tenuto conto di tali dichiarazioni. Per questo la difesa ha inserito nella memoria ampi stralci della trascrizione dell’interrogatorio in cui Lavitola avrebbe descritto «nei dettagli i benefici che avrebbe potuto ricevere» con Ranucci a capo del governo. Quali? Sergio Cola riassume: «Ha fatto riferimento a possibili vantaggi per il figlio Giuseppe, per la propria riabilitazione pubblica dopo le vicissitudini giudiziarie, ma ha parlato anche degli affari nel settore dei carbon credit». Effettivamente, Ranucci presenziò a una cena con alcuni imprenditori per «aiutare» Giuseppe a inserirsi in quel business.

Tutti benefici che Lavitola puntava ad avere rimanendo dietro alle quinte. Infatti, come aveva ammesso con noi, mai si sarebbe sognato, con la sua fedina penale, di potersi presentare come consigliere ufficiale a Palazzo Chigi. Ma queste ammissioni, come detto, sarebbero state completamente ignorate dal gip nella sua motivazione di rigetto. «Il mio cliente si è assunto tutte le responsabilità a livello di dolo eventuale, cioè ha ammesso di avere accettato preventivamente tutte le conseguenze di un fatto diverso e anche più grave (rispetto alle quattro pallottole dimostrative da sparare sul muro di cinta di casa Ranucci, ndr) che si fosse eventualmente verificato (l’utilizzo di una bomba, ndr)». Quindi nessuna minimizzazione del proprio ruolo da parte del faccendiere.

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Ma sulla premiata ditta Lavitola-Ranucci spara, in queste ore, anche l’ex socio africano di Valter, Benjamin Chimutengo, il quale ha diffuso ieri un comunicato ufficiale per i media. Il primo punto riguarda l’intervista rilasciata, lo scorso 5 luglio, da Ranucci, in Zimbabwe, in cui il giornalista ha ammesso di avere cercato notizie presso l’ambasciata africana di Roma, probabilmente sul conto di Chimutengo. Per questo l’imprenditore contesta «pressioni illecite e molestie mediatiche da parte di Ranucci e associati». Si parte dalle presunte «ammissioni di coercizione diplomatica»: l’ex conduttore, a detta del denunciante, avrebbe «pubblicamente ammesso [...] di aver tentato di esercitare pressioni improprie sulle missioni diplomatiche zimbabwesi a Roma». Aggiunge Chimutengo: «Il signor Ranucci ha utilizzato la propria posizione pubblica e la propria influenza presso l’emittente di Stato italiana (Rai) per portare avanti un’agenda ingiustificata e ostile diretta specificamente contro di me».

Non è finita. Chimutengo parla anche di «collusione con soggetti incriminati»: «Fatti incontrovertibili e collegamenti diretti dimostrano che il signor Ranucci ha agito di concerto con Valter Lavitola e reti associate. Questi individui stanno attivamente orchestrando e finanziando campagne di persecuzione giudiziaria, diffamazione pubblica (Chimutengo usa, al pari di Ranucci, il termine “character assassination”, ndr) e azioni legali pretestuose mirate contro di me».

L’imprenditore sostiene che per «queste false dichiarazioni malevole e altamente pubblicizzate» e per «le intimidazioni mediatiche sostenute dallo Stato» sarebbe ora «soggetto a gravi problemi di sicurezza, danni alla reputazione e costante sofferenza non solo in Zimbabwe, ma a livello internazionale». Per questo ha incaricato i suoi avvocati di «intraprendere azioni legali contro Ranucci, i suoi collaboratori più stretti e la Rai». Un altro capitolo di una vicenda già abbastanza intricata.

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