Il gerarca fascista Ermanno Catenacci è stato sicuramente uno dei personaggi cult inventati da Giorgio Bracardi, scomparso il 12 ottobre all’età di 93 anni. C’è da chiedersi se una macchietta del genere, che portava in radio e anche sul piccolo schermo un fascismo tipizzato e impolitico, presente nelle memorie familiari italiane, oggi sarebbe accolto con lo stesso benevolente sorriso.
Perché Catenacci, oltre a fare rima con Vannacci di cui è stato inconsapevole antesignano, riusciva nell’impresa di “normalizzare” un periodo storico sul quale si poteva fare finalmente ironia ed eravamo nel 1978. Certo, parliamo di una satira che faceva breccia nell’immaginario collettivo mentre ai margini delle estreme si sparava e si sprangava.
Eppure un personaggio che inneggiava al Duce in camicia nera era accettato, applaudito, diveniva un tipo antropologico convincente perché reale: i fascistoni c’erano eccome e li cantava anche il duo Cochi e Renato sempre negli anni ’70 («C’è chi un giorno ha fatto furore e non ha ancora cambiato colore...») e ridicolizzarli costituiva il modo migliore per lasciarsi alle spalle quel periodo imbarazzante in cui tutti recitarono lo stesso copione come attori per poi cambiarlo improvvisamente e mutare sceneggiatura. Stessa funzione aveva un comico come Pippo Franco che in un programma di Mario Castellacci (ex Rsi) su Rai1 in prima serata (Dove sta Zazà) intonava una canzone degli anni Trenta di Rodolfo De Angelis contro le sanzioni («sanzionami questo / amica tenace/ lo so che ti piace/ ma non te lo do»).
Oggi no, oggi sembrano tornati in voga gli echi della guerra civile che pure un comunista come Togliatti volle chiudere con un’amnistia. Oggi abbondano i seguaci di Murgia e Scurati, di Montanari e Serri: lo spartito si è fatto fosco, e occorre sulla scia di Umberto Eco condannare il fascismo ritornante. Merito (o demerito) anche di chi abusò dell’etichetta di “male assoluto” perché per definizione ciò che è assoluto non si può storicizzare. Ed ecco che in libreria non troviamo più un De Felice, uno Sternhell, un James Gregor, persino un Giorgio Bocca ma un filone che anziché interpretare storicamente demonizza e colpevolizza, per assidersi su un inesistente tribunale del bene. Ultimo uscito della serie è il libro Cattive italiane (Laterza) sulle ragazze che aderirono alla Rsi, scritto da Barbara De Luna. Già dal titolo si capisce che l’impianto è lo stesso della serie M, il figlio del secolo. Perché fare uno sforzo di comprensione quando è tanto più facile incriminare, aborrire, condannare? Dimenticate le ricerche di Maria Fraddosio e di Marina Addis Saba su donne e fascismo, le interviste alle ausiliarie sopravvissute di Ulderico Munzi.
L’importante non è il mestiere dello storico ma dividere il male dal bene. Fu male secondo alcuni autori anche la bonifica delle paludi pontine: per fortuna sul tema Antonio Pennacchi ci ha lasciato un capolavoro come Canale Mussolini, libro che non sarà destinato all’oblio come altre decine di titoli “di tendenza” sul fascismo monster.