Le vetrine le rompono i giovani vandali, il significato glielo assegnano i cantanti, il conto lo pagano i negozianti. Nella nuova divisione del lavoro rivoluzionario agli artisti spetta la parte più confortevole: spiegare quanto sia profonda la rabbia, possibilmente senza incontrarne le conseguenze. Dopo le violenze a Milano, il dibattito musicale si è trasformato in una gara di interpretazione del malessere. Ma il passaggio dalla spiegazione alla giustificazione è breve. E qualcuno lo percorre con una disinvoltura che sul palco funziona meglio che nella vita di chi si ritrova un’attività devastata.
Willie Peyote, martedì sera al Fabrique, ha affrontato direttamente la formula secondo cui la violenza andrebbe sempre condannata: «È comprensibile, lo capisco, ma non sono d’accordo». Ha quindi richiamato il costo della vita, la precarietà e il riarmo, per concludere che indignarsi più per la violenza sulle cose che per quella sulle persone rappresenta una sconfitta. Le persone vengono prima delle cose: principio condivisibile, quasi elementare. Peccato che durante una devastazione le due categorie non rimangano ordinatamente separate. Dietro il negozio c’è chi lavora, dentro una camionetta possono esserci agenti, e il poliziotto raggiunto da un oggetto contundente conserva, fino a prova contraria, la propria appartenenza al genere umano.
Enzo Iacchetti a E' sempre Cartabianca, "i maranza hanno fatto un favore a Meloni"
Ospite d’eccezione dell’ultima puntata di È Sempre Cartabianca, il programma di Rete4 condotto da Bia...Attorno a Marracash, intanto, si forma il cordone di solidarietà dei colleghi. Eros Ramazzotti gli scrive: «Mandali a fare in culo fratellino mio, possibilmente da dove vengono. Dalle fogne». Il bersaglio sono i critici del rapper. Un contributo di notevole finezza al confronto pubblico: il dissenso si ascolta, purché arrivi dalla parte giusta; altrimenti si indica lo scarico. Cosmo sceglie invece una canzone già scritta mesi prima e pubblicata adesso perché, spiega, gli eventi ne confermerebbero l’intuizione. Nel testo compaiono vetrine infrante, camionette e data center in fiamme. Più articolata la posizione di Vasco Rossi. Ricorda che una canzone può dare voce a un disagio prima che diventi una richiesta collettiva e ammette di non avere la verità in tasca. Anche Madame espone soprattutto uno smarrimento. Chiede di interrogarsi sulle origini della violenza e include sé stessa tra i ragazzi «persi». Ascoltare quel disagio è doveroso. Proprio per questo sarebbe utile evitare di consegnare a un’intera generazione il ruolo di creatura incapace di scegliere.
I saccheggiatori non si fermano con lo psicologo
I sondaggi delle ultime ore dicono che due italiani su tre sono pienamente d’accordo con la stretta anti maranza d...La difesa più combattiva arriva da Selvaggia Lucarelli, schierata con Marracash. Rivendica il diritto di un artista ricco a occuparsi delle diseguaglianze e lo descrive come un «cane sciolto», capace di restare scomodo anche nei luoghi comodi. Il successo economico non impone il silenzio. Ma il diritto di parola comprende quello degli altri di contestarne il contenuto. Su questo Enrico Ruggeri introduce una nota stonata, dunque preziosa. A Un giorno da pecora osserva che i ragazzi desiderano proprio il benessere esibito dagli artisti e cita, polemicamente, concerti da 120 euro. Il prezzo è parte della sua argomentazione, non una tariffa universale: il punto è il circuito tra desiderio alimentato e frustrazione celebrata. Ruggeri richiama anche l’assalto ai forni dei Promessi sposi. Allora si cercava il pane; oggi, osserva, vengono presi di mira anche abbigliamento e accessori costosi. Il paragone non esaurisce le ragioni della protesta, ma impedisce di liquidare ogni saccheggio come una richiesta di sopravvivenza. La necessità e il desiderio di possesso non sono sinonimi.




