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Michela Ponzani rievoca il giovedì nero pur di attaccare La Russa

di Annalisa Terranova sabato 24 ottobre 2026

3' di lettura

Il giustificazionismo di sinistra ha messo il turbo. I vandalismi di Milano vanno depotenziati in tutti i modi con una contronarrazione il più possibile efficace (per chi abbocca, ovvio). E così Ignazio La Russa che ha osato dire che la violenza si condanna senza i “ma” e i “però”, va attaccato e rintuzzato anche se otto italiani su dieci la pensano proprio come lui. Che fare allora contro la seconda carica dello Stato? Ecco che sui siti, sui social, nelle trasmissioni televisive che ospitano storici propagandisti come Michela Ponzani si tira fuori la manifestazione del 12 aprile del 1973 in cui fu ucciso da una bomba l’agente Antonio Marino.

Ignazio La Russa era presente a quel corteo che si concluse tragicamente e dunque non può oggi, oltre mezzo secolo dopo, condannare i saccheggi nel centro di Milano. Una tesi sposata anche da Andrea Orlando, tre volte ministro, che accusa La Russa di avere rimosso quella manifestazione. Il fatto è che, seguendo il ragionamento di Orlando, anche lui sarebbe imputabile di imbarazzanti rimozioni, avendo a tutti quelli del Pci Rossana Rossanda ricordato che il linguaggio e le azioni delle Br rimandavano all’album di famiglia di tutti i comunisti. Orlando non viene forse dal Pci?

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È bene però, per chi non lo sa e per gli storici improvvisati da esibire nei talk televisivi, ricordare il contesto in cui maturò quella manifestazione del Msi. Per tutto l’anno 1972 si susseguirono a Milano attacchi incendiari contro le auto di militanti di destra (tra cui peraltro anche quella di La Russa). Le Br ferirono poi gravemente in un agguato il segretario missino di Quarto Oggiaro, Remo Casagrande. Un commando fece irruzione nella sede missina di Cesano Boscone ammanettando e pestando a sangue Bartolomeo Di Mino. Due attenta ti dinamitardi distrussero la tipografia dove veniva stampato il settimanale Candido diretto da Giorgio Pisanò. In questo clima il Msi organizzò una manifestazione contro la violenza rossa e venne chiamato come oratore del comizio conclusivo Ciccio Franco, l’uomo della rivolta di Reggio Calabria. Arrivarono a Milano quel 12 aprile 1973 centinaia di giovani di destra, anche non appartenenti al Msi e parteciparono anche i cosiddetti sanbabilini. Cinque ora prima dell’inizio la questura vietò la manifestazione. I dirigenti milanesi del Msi non erano in grado a quel punto di rimandare tutti a casa e si misero alla testa del corteo.

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Ci furono scontri con la polizia, spari e il lancio di una bomba Srcm da esercitazione, quella che uccise l’agente Marino. La questura aveva teso una “trappola” ai missini, dirà anni dopo Riccardo De Corato, confidando nel deflagrare degli incidenti per rimettere nell’angolo il partito di Almirante che mieteva successi elettorali con il lancio della “destra nazionale”. Tesi confermata anche da Tomaso Staiti di Cuddia.

Per l’omicidio dell’agente Marino furono poi condannati due sanbabilini che non facevano parte del Msi (il quale si attivò anzi per la ricerca dei responsabili) e un esponente del gruppo estremista La Fenice. I dirigenti missini promotori della manifestazione Franco Servello, Franco Petronio, Mario Pietro De Andreis e Nestore Crocesi saranno poi definitivamente assolti dal tribunale di Milano il 26 maggio 1978 per «non avere commesso i fatti». La campagna d’odio scatenata contro il Msi diede i suoi frutti avvelenati a Roma dove il 16 aprile nel rogo di Primavalle perirono Stefano e Virgilio Mattei.

Questa è la storia, se la si vuole raccontare tutta e per bene, senza strumentalizzare e senza deformare i fatti al solo scopo di tenere sotto l’ala protettrice le frange violente dell’antagonismo che la sinistra non riesce a condannare.

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