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Capezzone: "L'irricevibile campagna di Repubblica contro Delmastro"

di Daniele Capezzone sabato 2 dicembre 2023

4' di lettura

Curiosa intermittenza da parte della sinistra politica e dei pasdaran del giustizialismo mediatico: nei giorni pari, accusano il governo di cercare lo scontro con la magistratura e invocano dialogo e spirito costruttivo; nei giorni dispari, però, si ripresentano in versione kombat e ricominciano con la lapidazione del sottosegretario Andrea Del mastro. Ieri Repubblica non si è davvero risparmiata. Titolo di prima: “La trappola di Del mastro”. Pagina 2: “L’agguato di Delmastro”. Editoriale di Carlo Bonini dedicato al sottosegretario: “...un uomo non degno di restare un solo minuto di più nell’ufficio che occupa”.

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Ora, per archiviare la pratica, basterebbe ricordare quanto scrisse il ministro Carlo Nordio in una esaustiva nota già nel febbraio scorso, chiudendo la vicenda e descrivendo le carte oggetto della comunicazione tra Delmastro e il suo collega di partito Giovanni Donzelli in questi termini: «La natura del documento non rileva e disvela contenuti sottoposti al segreto investigativo o rientranti nella disciplina degli atti classificati. Peraltro la rilevata apposizione della dicitura “limitata divulgazione”, presente sulla nota di trasmissione della scheda, rappresenta una formulazione che esula dalla materia del segreto di Stato e dalle classifiche di segretezza, disciplinate dalla legge 124/07 e dai Dpcm di attuazione ed esclude che la trasmissione sia assimilabile ad un atto classificato». Tradotto in italiano dalla lingua di legno della burocrazia e del diritto: non erano carte né segrete né classificate.

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Ciò detto, ci sono almeno quattro ulteriori elementi che rendono la campagna di Repubblica irricevibile. Primo. È pericoloso e irresponsabile rinnovare la trentennale abitudine italiana di consegnare alla magistratura (peraltro dopo un mero avviso di garanzia o un semplice rinvio a giudizio, travolgendo così il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino al terzo grado) giudizi politici che spettano agli elettori. In una democrazia occidentale, ministri e sottosegretari non vengono abbattuti in mezzo alla strada o con metodi da giustizia sommaria. Delmastro e Donzelli hanno usato un’informazione e ne hanno tratto spunto per un’azione politica. L’opposizione ha reagito. Toccherà ai cittadini – in sede elettorale – giudicare tutti: maggioranza e minoranza. Nelle democrazie normali funziona così, senza corride e senza rodei.

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Secondo. Troppi analisti e commentatori non si sono accorti (o hanno finto di non accorgersi) di un’evidenza logica: se le maggiori organizzazioni criminali hanno cercato da sempre, invano, di cancellare o attenuare il regime del 41-bis, era ovvio, anzi perfino scontato che guardassero con interesse all’iniziativa dell’anarchico Alfredo Cospito (che protestava contro quel regime carcerario) e che si interrogassero su come cavalcarla, sfruttarla, curvarla alle proprie esigenze. E questo è ciò su cui indagini giudiziarie e inchieste mediatiche dovrebbero concentrarsi: è o non è un problema il fatto che ci sia stato un contatto reiterato e sistematico tra Cospito e figure rilevantissime di mafia, camorra e ‘ndrangheta per coordinarsi e consentire ai grandi gruppi criminali di usare l’anarchico come testa d’ariete? Ma di questo si preferisce non parlare. Terzo. Quanto alle carte “sensibili” (ma non segrete, come abbiamo visto), non erano soltanto l’onorevole Donzelli e il sottosegretario Delmastro depositari di quelle informazioni. Di più: solo qualcuno troppo ingenuo o troppo furbo (o troppo in cerca di una polemica politica) poteva infatti cascare dal pero dopo le “rivelazioni” in Aula dell’esponente di Fdi.
Basti pensare che, lo stesso giorno dell’intervento in aula di Donzelli, per la precisione alle 15.30 del 31 gennaio scorso, andava online sull’edizione digitale del quotidiano Domani un informato e per molti versi apprezzabile articolo firmato da Giovanni Tizian e Nello Trocchia che non solo esponeva la tesi dell’interesse oggettivo e soggettivo dei mafiosi all’azione di Cospito (“dalle parole degli affiliati alle cosche emerge il piano: sostenere Cospito. Le mafie hanno deciso di usare il corpo e la battaglia dell’anarchico Cospito per abbattere il carcere duro, quel 41-bis da sempre nemico giurato delle organizzazioni criminali mafiosi”, si legge tra l’altro nel pezzo), ma circostanziava l’affermazione con dettagli e informazioni assai più numerosi di quelle condivisi in Aula da Donzelli. L’esponente di Fdi aveva infatti citato gli incontri di Cospito, dentro il carcere di Sassari, con il camorrista Francesco Di Maio e con lo ‘ndranghetista Francesco Presta. I giornalisti di Domani, invece, sono andati molto oltre, mettendo nero su bianco il nome di altri criminali di primo piano entrati in contatto con Cospito, sempre in carcere, tra ora d’aria e socialità.

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Scrive Domani (lo ripeto ancora: il 31 gennaio alle 15.30): “Cospito ha, per esempio, condiviso i momenti di socialità con Pietro Rampulla: non è un mafioso qualunque, è l’artificiere della strage di Capaci”. E ancora: “Rampulla è l’anima nera di Cosa nostra, già iscritto a Ordine nuovo, il movimento neofascista, colui il quale ha confezionato l’ordigno disposto sotto l’autostrada di Capaci, sospettato di rapporti anche con i servizi segreti”. Più avanti, i due giornalisti fanno un altro nome: “Pino Cammarata, reggente del famigerato clan omonimo di Riesi, in provincia di Caltanissetta, membro dell’alta mafia, gente che conta nell’organizzazione criminale siciliana”.
I dettagli contenuti in questo articolo (ma potremmo citarne altri, ad esempio su Repubblica) ci inducono a ritenere che i documenti, di tutta evidenza, già circolassero largamente: se non la trascrizione integrale delle intercettazioni avvenute a Sassari, per lo meno una loro amplissima e dettagliata sintesi contenuta in qualche relazione.
E allora si arriva al quarto e ultimo punto. È per lo meno ipocrita accettare l’idea che sia normale che quei documenti siano arrivati in qualche redazione, ma che non potessero essere citati nel Parlamento della Repubblica. È anzi letteralmente surreale l’abitudine che tanti devono avere maturato rispetto a questo doppio standard: sì alla circolazione clandestina ai fini della pubblicazione giornalistica, no a una discussione pubblica in Parlamento. 

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