Più o meno nell’indifferenza generale e senza apprezzabili reazioni, i collettivi universitari di sinistra, oltre a ritenersi sovranamente depositari del diritto di stabilire chi abbia libertà di parola e chi no, stanno facendo avanzare la loro agenda, che prevede – come punto prioritario – la cancellazione degli eventuali accordi esistenti tra le università italiane e quelle israeliane. Alcuni rettori tacciono imbarazzati; altri – incredibilmente – assicurano che il tema sarà affrontato dagli organi accademici; altri ancora – con notevole viltà – fanno informalmente sapere che attendono la scadenza degli accordi esistenti con gli atenei israeliani, intese che dunque non verranno rinnovate.
E così, nella distrazione dei più e nel silenzio quasi completo della politica e dei media, siamo in presenza di un clamoroso salto di qualità (verso il basso) di una campagna che già era opaca e indifendibile dopo il 7 ottobre. Non solo non si è manifestata vera solidarietà agli ebrei aggrediti attraverso il pogrom messo in atto dalle belve di Hamas; non solo si è via via equiparata la posizione degli israeliani a quella dei terroristi palestinesi autori dei massacri e dei rapimenti; non solo si sono prese come oro colato le dichiarazioni (e le cifre!) fornite dall’ufficio stampa e dal ministero della sanità di Hamas. No, ora si va perfino oltre, e si punta a colpire istituzioni culturali che – per loro stessa natura – non dovrebbero essere confuse con l’esercito israeliano o con il governo pro tempore al potere a Gerusalemme.
Riflettiamoci, anche per evitare di essere complici – per inerzia – di atti dei quali le università italiane potrebbero doversi vergognare tra qualche anno: se si accetta di interrompere rapporti culturali con qualcuno, se si decide di “punire” anche enti educativi e di istruzione, di tutta evidenza – più o meno implicitamente, più o meno velatamente – si sta transitando da un dissenso di merito nei confronti dell’esecutivo Netanyahu a un rifiuto indistinto di tutto ciò che porti la bandiera di Israele. È il caso di chiamare le cose con il loro nome: ci si sta spostando a lunghe e rapide falcate dall’antisionismo all’antisemitismo. O meglio: la foglia di fico antisionista è ormai totalmente inadeguata a mascherare, a coprire la vergogna antisemita.
Vogliamo sperare che ancora vi siano margini di distrazione e di parziale inconsapevolezza della gravità della cosa. Ma qui siamo a un passo dagli orridi termini coniati dal nazismo: “Judenfrei” (libero dagli ebrei) e “Judenrein” (pulito dagli ebrei). Naturalmente già sento le voci indignate che rifiuteranno l’accostamento, che leveranno alti lai, che reciteranno le tristi e ipocrite giaculatorie che ben conosciamo. Ma non riusciranno a occultare il cuore della questione: solo un approccio di odio anti-israeliano e anti-ebraico può “giustificare” misure sanzionatorie e interruzioni di collaborazioni accademiche e scientifiche con istituzioni culturali legate a Gerusalemme.
Del resto, è sufficiente scorrere le agenzie di stampa fino allo scorso novembre per ritrovare testimonianze inequivocabili: alla Sapienza, al termine di un’occupazione, davanti al rettorato e nel momento in cui era in corso una riunione del senato accademico, attivisti di sinistra arrivarono a bruciare copie cartacee delle intese con gli atenei israeliani. Un rogo: chiaro, no?
Ecco, su tutto questo, che dicono intellettuali e politici di sinistra? Perché tanta afasia? Avevano costruito per anni una prigione linguistica e mentale certi di potervi rinchiudere i loro avversari: erano sicuri – secondo i loro schemi – che un eventuale pericolo antisemita non potesse che provenire da destra. E invece – ahiloro – si è manifestato con tutt’altra matrice: rendendo tragicamente ridicole le loro formulette sul “razzismo delle destre”. Il problema, a questo punto, è tutto loro: con un’esplosione di sentimenti e parole scopertamente anti-ebraiche nel loro campo, nei loro salotti, nelle loro piazze, nel loro associazionismo, nei loro gruppi parlamentari, sui loro giornali, nei loro programmi tv e nelle loro riviste. E pure tra i loro giovani virgulti. E allora che si fa a sinistra?
Ci si può attorcigliare invocando la “complessità” delle questioni: è il rifugio degli ormai mitici “complessisti”. Ma il disagio resta, e resta pure una scomoda verità: l’ondata anti-ebrei è tutta vostra, cari compagni. Ci sarà qualcuno (in altra circostanza accadde, molti decenni fa, a proposito di terrorismo e Brigate Rosse, da parte di Rossana Rossanda sul Manifesto) che avrà il coraggio di riconoscere che tutto ciò fa parte del vostro “album di famiglia”?
Il bilancio delle devastanti inondazioni causate dalla tempesta che ha colpito il Texas centrale sale ad almeno 51 morti. Ventisette i dispersi.Il dato ufficiale fornito dalle autorità parla ancora di 43 vittime ed è probabile aumenti nella zona più colpita della contea di Kerr. Sempre le autorità sabato in una conferenza stampa hanno dichiarato che 15 delle vittime erano bambini. Il governatore Greg Abbott ha promesso che le squadre avrebbero lavorato 24 ore su 24 per soccorrere e recuperare le vittime. Ancora da ufficializzare il numero delle persone disperse, a parte 27 bambine che si trovavano in un campo estivo femminile.