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Annarita Digiorgio: armi, usura e droga. Ecco come i Capriati hanno preso Bari

di Annarita Digiorgio lunedì 25 marzo 2024

3' di lettura

La famiglia Capriati è uno dei 14 clan mafiosi di Bari. In particolare è quella che dagli anni ’90 ad oggi comanda a Bari Vecchia. Il capo clan, Antonio Capriati, venne arrestato per la prima volta nel 1997 nell’operazione chiamata “Dolmen”, compiuta dalla Dia nel giugno 1997 contro i sodalizi mafiosi nel nord barese. A novembre 1997 fu rinviato a giudizio, mentre il primo grado cominciò a Trani nell’aprile 1998. L’appello confermò l’ergastolo chiesto nel primo grado. La pubblica accusa era rappresentata in aula da Francesco Giannella e da Carlo Maria Capristo.

Il maxi processo con 115 imputati per traffico e spaccio di droga, traffico d’armi, omicidi ed estorsioni, si concluse nel 2006 dopo otto anni di udienze con 31 condanne all’ergastolo.
Nel frattempo Michele Emiliano era gia diventato sindaco di Bari, nel 2003. Dopo aver lasciato l’inchiesta sull’operazione “Arcobaleno” che vedeva indagato l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Uno dei massimi sponsor di Emiliano, dalla sua candidatura a sindaco ad oggi. Nel 2006 una seconda vasta operazione coinvolse altri esponenti della famiglia Capriati, tra cui i nipoti e la moglie di Tonino. Il clan imponeva a Bari Vecchia il pagamento di una tangente agli esercizi commerciali, ed era dedito all’usura e al traffico di droga.

L’ingente disponibilità di armi aveva permesso al clan di imporsi nei confronti degli Strisciuglio, già colpiti da operazioni di polizia. Per la prima volta si fermarono le donne dei boss: tra gli arrestati anche dieci donne considerate organicamente inserite nella cosca con ruoli e compiti ben definiti. Dalle indagini il coordinamento delle donne del clan era affidato alla moglie di Antonio, che curava anche la cassa della cosca. Nel 2008 la Cassazione condannò all’ergastolo Antonio Capriati. Per la prima volta in via definitiva, l’allora cinquantenne boss della malavita barese entrò in carcere per scontare l’ergastolo.

Nel 2011 la Cassazione ha condannato in via definitiva anche gli altri vertici del clan Capriati, in particolare figli e nipoti di Tonino, e mogli. La Suprema corte ha sostanzialmente confermato la sentenza d’appello nei confronti dei 48 imputati accusati di associazione mafiosa, estorsioni, usura, traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione illegale di armi. Venivano anche contestati 25 tra omicidi tentati e consumati.

Per la prima volta vengono condannate per associazione mafiosa con sentenza definitiva anche le mogli dei capi clan Capriati. Il processo di primo grado, celebrato con rito abbreviato, si era concluso il 2 aprile 2008 con 53 condanne. Tra i condannati personaggi storici del clan Capriati (Antonio, Domenico, Francesco e Raffaele) e dieci donne, mogli dei boss, specializzate nei prestiti a tassi usurari. La corte d’appello di Bari, l’8 maggio 2009, aveva confermato quella sentenza, condannando 48 presunti esponenti del clan mafioso, tra cui la “corazzata rosa” che gestiva usura ed estorsioni, capeggiata da Maria Faraone, che teneva la cassa del sodalizio perchè moglie del boss Antonio.

La pena più alta, a 20 anni di reclusione, è diventata definitiva per il boss Antonio Capriati, per Domenico e Francesco Capriati. Secondo quanto ricostruito dagli agenti della squadra mobile, gli esponenti del clan gestivano il traffico di droga nella città vecchia e a Modugno. Un’altra operazione li vede coinvolti nella gestione diretta del porto di Bari. Nel 2020 Filippo Capriati e il fratello Pietro vengono condannati a 20 e 14 anni accusati a vario titolo di associazione mafiosa, traffico e spaccio di droga, aggravati dal metodo mafioso e dall’uso delle armi, porto e detenzione di armi da guerra, estorsioni aggravate dal metodo mafioso e continuate.

Le indagini della Polizia accertarono che il gruppo criminale obbligava i commercianti del mercato di Santa Scolastica e gli ambulanti della festa patronale di San Nicola del 2015 ad acquistare merce da fornitori amici, utilizzando la forza di intimidazione del “brand Capriati”, oltre ad occuparsi delle attività tipiche della criminalità organizzata: traffico di armi e droga, furti e rapine.

Ma il clan continua a imperversare anche da dentro il carcere, e attraverso gli scugnizzi fuori, fino ai giorni nostri. A settembre 2023, 67 persone affiliate al clan Capriati vengono arrestate, e 120 indagate, tra cui il capoclan Filippo, in una maxi operazione per spaccio tra Alberobello e Trani. Un’altra operazione a fine 2023 li ha visti protagonisti del marcato nero delle slot.

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