Rosi Mauro

Ha chiuso il Senato per andare a bere amarone e mangiarsi fette di formaggio

Andrea Tempestini

  di Massimo De’ Manzoni Malgrado il fuoco di sbarramento di Rosi Mauro e del suo agguerrito entourage, alla fine abbiamo scoperto quale impegno «urgente e improrogabile» abbia indotto la vicepresidente del Senato ad abbandonare in tutta fretta l’Aula, giovedì scorso, determinando un fatto senza precedenti nella storia della Repubblica: l’interruzione dei lavori della Camera alta per mancanza di guida. A dire la verità «scoperto» è parola grossa. Non è stato così difficile, e mette quasi tenerezza pensare all’impegno con il quale quella che dovrebbe essere una donna delle istituzioni ha cercato di celare ai giornalisti un’informazione che in qualsiasi altro Paese democratico sarebbe stata comunicata senza problemi, come doverosa routine.  Comunque, per farla breve: Rosi Mauro ha piantato i senatori in asso per prendere un aereo, sbarcare a Verona e  raggiungere la Valpolicella dove, tra bottiglie di Recioto e di Amarone e assaggi di formaggi, ha tenuto una riunione del suo Sindacato padano e ha presentato la sua nuova formazione politica, beffardamente battezzata «Siamo gente comune». Come no. La gente comune se abbandona il posto di lavoro viene licenziata (di questi tempi, purtroppo, spesso anche se non lo abbandona) mentre noi la ex badante di Bossi siamo costretti a tenercela e a continuare a corrisponderle 12mila euro netti al mese. Più numerosi benefit. Più i rimborsi. E sempre che prima o poi non salti fuori che anche in Senato vige un qualche sistema Batman che permette di  arrotondare ulteriormente la cifra. Ricapitolando. Giovedì scorso (giornata feriale persino per i nostri parlamentari, che pure negli anni sono riusciti a ridurre la settimana lavorativa dal martedì a mezzogiorno alla stessa ora del venerdì) delle cinque persone preposte a presiedere il Senato e da noi cittadini pagate proprio per questo, a un certo punto non ce n’era neppure una. Due, il presidente Renato Schifani e il vice Vannino Chiti, erano assenti giustificati per impegni istituzionali. Gli altri tre, a vario titolo, lo erano per farsi i fatti propri. Emma Bonino, che aveva cominciato a presiedere l’Aula alle  9.30, alle 11.45, cioè dopo ben due ore e un quarto di duro lavoro, ha passato la mano perché doveva presenziare alla presentazione del catalogo e del museo della pittrice anconetana Nori de’ Nobili. Un appuntamento irrinunciabile: per cos’altro l’avremmo eletta? A rilevare la collega rapita dall’afflato culturale, avrebbe dovuto essere Domenico Nania, il quale però non c’era. «Colpa dell’aereo in ritardo, prendetevela con il ministero dei Trasporti», ha tagliato corto lui. Noi, invece, vorremmo prendercela un po’ con lui: perché non era a Roma, bensì in Sicilia? Per partecipare a trattative in vista delle elezioni regionali. Embe’? È forse questo il compito di un vicepresidente del Senato? Ma io, dice, sono anche vice coordinatore del Pdl siciliano. Congratulazioni. Poiché però la doppia carica non gliel’ha prescritta il medico, non potrebbe essere così gentile di curare il suo collegio elettorale nel week-end o, in alternativa, rinunciare a uno dei due gravosi compiti? Di Rosi Mauro si è detto:  trascorsi 15 faticosi minuti sullo scranno al posto del collega ritardatario, se l’è poi filata verso le sue prelibatezze enogastronomiche della Valpolicella. Luogo, posso testimoniare, indubbiamente più ameno del Senato. Ma ancor di più di una fabbrica o di un ufficio frequentati senza possibilità di fuitine dalla «gente comune», della quale evidentemente la pasionaria padana sa poco o nulla e la cui opinione nei riguardi suoi e dei suoi colleghi possiamo immaginare ma non trascrivere: è vietata ai minori. E comunque, tranquilli: continuate così e tra poco la leggerete. Sulle schede elettorali.