La magistratura non tiene conto del male più grande che affligge il Paese: la totale assenza di meritocrazia. E così ad essere promosso negli ultimi dieci anni è stato il 98,22 per cento delle toghe. Una percentuale enorme, ma che niente ha a che vedere con i picchi raggiunti negli ultimi due anni disponibili (il 2015 e il 2016): rispettivamente, il 99,56 e il 99,30 per cento. Il motivo? I consigli giudiziari decidono sulla base dell'autovalutazione del diretto interessato, che, ovviamente, non può che essere positiva, e del parere del suo superiore diretto. Colui che spesso non tiene solo conto della produttività e della disciplina, ma anche del conformismo e di tutti quei mezzi di sopravvivenza. Leggi anche: Paolo Mieli e la terribile verità sulla magistratura Nei giudizi che i capi degli uffici consegnano in vista degli esami, i magistrati appaiono tutti come laboriosi, efficienti, profondi conoscitori della materia di cui si occupano. Insomma, ecco spiegata la surreale percentuale. Questo sistema fece irruzione nella magistratura italiana nel 1966, sopprimendo i concorsi interni e consentendo a tutti i giudici indistintamente di progredire nel grado e nello stipendio unicamente in base all'anzianità. Nel 2006 il sistema venne solo apparentemente mutato: sette valutazioni di professionalità successive, una ogni quattro anni, affidate al consiglio giudiziario locale. Anche questo non è bastato a fermare le cordate e le capacità di relazione.