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Nichi Vendola torna in politica: si è stufato dei pannolini

di Andrea Tempestini domenica 5 novembre 2017

4' di lettura

Certo che il suo ritorno poteva essere segnato da un frasario un po’ più tronfio e supercazzolaro, come da tradizione. Qualcosa tipo: «Vista la situazione subdola e silente in cui mi sono sentito estromesso, separato dalla ragion di Stato per curare le superiori ragioni del cuore, avverto il dovere di salire di nuovo nelle stanze della politica, per non lasciare la sinistra sola e sottomessa come una cenerentola senza il suo faro Nichi Vendola». E invece l’ex governatore della Puglia, nell’annunciare il suo ritorno in politica, si è limitato qualche giorno fa, in un’intervista a Telenorba, a uno scarno «Torno. Io non sono mai fuggito dalla politica. La politica è una malattia da cui non si guarisce». Dopo essersi preso un congedo biennale di paternità (o di maternità) per fare il mammo, Nichi è stato di nuovo colpito dalla malattia che lo affligge da sempre: la politica. E allora, standogli ormai stretto il buen retiro pugliese in cui si era dato a vita privata insieme al compagno Eddy e al figlio avuto da utero in affitto, ha comunicato che sarà di nuovo in campo per continuare a fare al Paese quello che gli riesce meglio da trent’anni: danni. In effetti, dobbiamo a Nichi Vendola se oggi due mediocri alfieri del pensiero buonista, politically correct e filo-invasione come Laura Boldrini e Giuliano Pisapia sono assurti al ruolo di statisti. La presidenta della Camera nel 2013 fu eletta proprio nelle liste di Sel, il partito di Vendola, e poi da questi proposta al ruolo di terza carica dello Stato. Anche la candidatura e il successo di Pisapia come sindaco a Milano furono benedetti da Nichi, che ne dettò la linea politica con quell’invito ad «abbracciare i fratelli rom e musulmani». Oltre che nei suoi pargoli politici, Vendola ha lasciato eredità pesanti anche nelle casse della Regione che ha gestito, la Puglia. In dieci anni di amministrazione, l’ex presidente di Sel ha allargato la voragine dei conti pubblici, al punto che - come dimostrava il Corriere della Sera - la Puglia è oggi la regione che vanta il peggior rapporto tra entrate fiscali e uscite: un rosso del 34% pari a circa 8 miliardi. Di questi, una congrua parte riguarda la Sanità, anche grazie alle consegne del precedente governatore, se è vero che durante gli anni della legislatura Vendola il buco in quest’ambito aveva raggiunto 1 miliardo e 400 milioni. Una scellerata gestione dei conti che porta oggi Nichi, non a caso, a prendere le distanze da Emiliano, allorché questi auspica un referendum per l’autonomia pugliese al fine di rendere la regione più responsabile. Non che in termini di battaglie civili e diritti da rivendicare Vendola abbia inciso in modo più positivo. Dismesso il sogno della lotta di classe, Nichi ha capito che il nuovo fronte sul quale impegnare la sinistra era quello dei desideri degli individui e delle coppie omosessuali. Il nuovo nemico, non più il Padrone ma la Famiglia Tradizionale. Mescolando biografia e politica, ha avallato così la narrazione, presto condivisa, dell’Omosessuale come Grande Discriminato, sebbene la sua stessa storia personale, di politico al potere, smentisse quel mito. Ma il suo impegno ha dato linfa e visibilità al movimento Lgbt, ne ha accresciuto le pretese e l’influenza nel dibattito pubblico, fino a trasformarlo in una vera e propria lobby capace di dettare le scelte politiche, di orientare il mondo dell’educazione, dell’informazione e perfino dell’intrattenimento, e di modificare il nostro linguaggio. La assuefazione gay-friendly cui assistiamo oggi sconfortati è anche un prodotto del vendolismo; così come lo è il continuo rilancio sui temi eticamente sensibili, che arriva a far considerare accettabili, se non addirittura condivisibili, pratiche aberranti come la maternità surrogata. Ma guardando il ruolo di Vendola in un’ottica più particolare, si può sostenere che la sua figura sia stata dannosa per la sinistra stessa. Già nel 1998 Vendola faceva parte di quella Rifondazione Comunista che azzoppò il primo governo Prodi, facendo tramontare il sogno dell’Ulivo. E alle elezioni del 2013, col suo Sel - uno dei partiti meno longevi e più ingloriosi della storia repubblicana (durato appena 7 anni, senza riuscire mai a raggiungere il 4%) - contribuì al fallimento dell’armata poco gioiosa guidata da Bersani. Doveva essere il catalizzatore di tutto il fronte a sinistra del Pd, fu lo scialacquatore di un patrimonio di voti dispersi a vantaggio di grillini e astenuti. Resta da chiedersi dove andrebbe a collocarsi oggi Vendola, qualora tornasse davvero in campo. Al fianco di Bersani e D’Alema? A sinistra di Mdp, a fare il regista dello Scamarcio rosso, Nicola Fratoianni? Oppure di nuovo insieme a Pisapia, in una logica di sostegno a Renzi? Ma soprattutto resta da chiedersi quanti consensi Vendola oggi riuscirebbe ad aggregare e quanti piuttosto a far dileguare. Se cioè non sia meglio che resti a fare il mammo anziché il padre nobile di una sinistra che non esiste più. di Gianluca Veneziani

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