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Da premier a rottamato. E ora rischia di perdere pure il partito

La triste parabola di Pier: si sentiva già a Palazzo Chigi e prometteva poltrone. Ora è sprofondato negli abissi
di Andrea Tempestini sabato 30 marzo 2013

4' di lettura

  di Fausto Carioti Muore alle sette della sera sul Quirinale il sogno da leader di Pier Luigi Bersani. E muore con esso il mito dell’apparatchik di scuola Pci (l’unica vera scuola politica rimasta etc etc), grigio a vedersi e spiritoso come una rettoscopia, ma cresciuto a pane e realpolitik, e quindi inevitabilmente efficiente, ai limiti dell’infallibilità. Difficile immaginare adesso un bilancio peggiore per l’ultimo sopravvissuto della schiatta rossa emiliana. Doveva essere una corsa trionfale, quella iniziata nell’ottobre del 2009 con la vittoria alle primarie che lo fece segretario del Partito democratico. Destinata a finire nel 2013 a palazzo Chigi, primo dei capi post-comunisti ad arrivarci per incoronazione degli elettori (soddisfazione negata a Massimo D’Alema). È  finita con Giorgio Napolitano (lui sì comunista vero e fiero, ultimo dei dinosauri) che prende in mano «personalmente» la trattativa con il Pdl e sembra il veterano Francesco Totti con l’ultimo dei pulcini giallorossi: bimbo bello, esci dal campo e guarda, è così che si gioca. Bersani c’è rimasto male, voleva il via libera per presentarsi in Parlamento a chiedere la fiducia. Sarebbe stato un massacro, Napolitano ha preferito risparmiarglielo e quello non ha nemmeno capito il grande favore che è stato fatto a lui e al Pd. Aveva l’Italia in mano, Bersani. E non possedeva nemmeno l’umiltà e l’intelligenza di far finta che così non fosse, preso com’era, assieme ai suoi, dalla certezza di rappresentare la parte migliore del Paese, e dunque vincente. Si erano già spartiti tutte le cariche, lui e compagni, tanto da scriverle sui foglietti come fanno i bambini con la squadra del cuore: Massimo D’Alema agli Esteri, Enrico Letta allo Sviluppo,  Rosi Bindi vicepremier, Walter Veltroni alla presidenza della Camera e Dario Franceschini segretario del partito. Bersani, manco a dirlo, a palazzo Chigi e magari pure all’Economia. Il resto agli amici, o se si preferisce alle stampelle: la presidenza del Senato aspettava solo Pier Ferdinando Casini e il Quirinale era tenuto in serbo per Romano Prodi o per Mario Monti, a seconda di chi era il caso di ringraziare. Oppure, meglio ancora, per uno della vecchia guardia del Pd forgiata nel fuoco del Partito comunista. Perché no? I vincitori non avrebbero potuto che essere loro. Silvio Berlusconi era morto e Beppe Grillo era solo folklore.  I sondaggi gli hanno dato ragione quasi sino all’ultimo. Sin quando non sono arrivati gli exit poll, e poi i risultati veri. Lì è iniziata la parte più triste, quella che ha messo a nudo la vera natura di Bersani. Gli otto punti, le surreali consultazioni con il Touring club italiano e il Movimento federalista europeo. Ma soprattutto l’inseguimento dei grillini e l’orgoglio messo sotto i tacchi. Il segretario del più grande partito politico italiano, figlio del Pci e della Dc, butta a mare il primato della politica e abbraccia il pensiero debole che privilegia la società civile.  Su questo altare sacrifica Anna Finocchiaro e Franceschini, e tutto ciò che rappresentano per la storia del partito, per innalzare gli ultimi arrivati Pietro Grasso e Laura Boldrini: un magistrato e una funzionaria terzomondista, come impone la nouvelle vague. Due che subito ringraziano Bersani e il Pd rimarcando di non essere come loro: «Noi non apparteniamo alla casta, siamo persone normali». Il partito gli si rivolta contro, ma il povero Bersani è costretto a fingersi felice per il grande segnale di «cambiamento» dato al Paese. E poi giù a prendere appunti mentre parla Roberto Saviano, le regole umilianti e gli sberleffi in diretta che gli impongono i grillini durante le consultazioni, con la ciliegina finale del capocomico che lo chiama «puttaniere».  L’antico orgoglio non c’è più, resta solo la protervia. Dopo essersi fatto sbeffeggiare e aver mostrato al mondo che il vincitore delle elezioni era incapace di formare un governo, tanto da spingere Moody’s a ipotizzare un nuovo downgrade del rating italiano, ieri sera Bersani era lì, sul Colle, a pretendere dal Capo dello Stato di presentarsi in Parlamento: cioè di insediarsi comunque e nonostante tutto a palazzo Chigi, dato che prima di chiedere la fiducia alle Camere lui e i suoi ministri dovrebbero necessariamente entrare in carica. Napolitano glielo ha impedito: più anziano di 26 anni, il presidente della Repubblica ha deciso che tocca a lui fare da badante al segretario del Pd.  Qualunque sia l’esito dell’intervento di Napolitano, al prossimo congresso del Pd Bersani si presenterà dimissionario. Lo aveva deciso da tempo. «Credo che debba girare la ruota», aveva spiegato con l’unica metafora comprensibile che gli si ricordi. «Se non facessi il segretario mi piacerebbe fare il cantante», gigioneggiava pochi mesi fa, nei giorni felici in cui si sentiva palazzo Chigi in tasca. Cantante, perché no. Intanto, nel partito, chi verrà dopo di lui dovrà ricostruire sulle macerie.

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