Chi alza il ditino

Silvio Berlusconi, gli insulti di Piercamillo Davigo: "Uno che va a cena con delle prostitute..."

Tommaso Montesano

È bastata l'ipotesi. La sola ipotesi che davvero Silvio Berlusconi possa essere candidato, con discrete probabilità di successo, alla presidenza della Repubblica. Se non altro per una questione squisitamente numerica, come ha ammesso Giovanni Floris («ballano una quarantina di voti...). È bastata la sola ipotesi, ecco, per scatenare i nemici storici di Silvio Berlusconi e convincerli che sì, forse era il caso di fare un po' di fuoco preventivo per stroncare sul nascere il tentativo del Cavaliere di salire sul Colle più alto di Roma: il Quirinale. Il nome di Floris non è casuale. Ieri il conduttore di Di Martedì ha chiesto a Piercamillo Davigo, habituée della sua trasmissione, cosa pensasse della candidatura dell'ex premier alla presidenza della Repubblica. Davvero, norme alla mano, è possibile? Proprio lui, il Cav, ancora oggetto di 4 processi e reduce da 11 assoluzioni, 10 archiviazioni, 1 una condanna, 8 prescrizioni e 2 amnistie? Ebbene sì: «Non c'è nessun impedimento». Certo, sibila Davigo, un conto sono le regole formali, altro l'opportunità. O, per dirla con l'ex protagonista di "mani pulite", «il buon senso».

 

 

 

«UN PUTTANIERE»

Ecco, se questa è la cartina di tornasole, per Davigo il problema neanche dovrebbe porsi. Ad esempio: «Come si può scegliere (come Capo dello Stato, ndr) un politico che avendo iniziato con un altissimo consenso lo ha ridotto? Questa considerazione di buon senso dovrebbe escluderlo». E poi, naturalmente, ci sono le «cene eleganti con le prostitute. Queste cose non vanno bene». In più Berlusconi, ricorda l'ex pm di "mani pulite", ha comunque sul groppone «la condanna per frode fiscale, sia pure con la riabilitazione». Epperò, gratta gratta, per Davigo non è neanche vero che non ci sono «impedimenti giuridici». Incalzato da Floris, l'ex consigliere del Csm tira fuori dal cilindro nientemeno che l'articolo 54 della Costituzione. Quello secondo cui coloro che ricoprono cariche pubbliche «hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore. E non c'è onore nel prendere la prescrizione». Cui è invece ricorso, per otto volte, l'ex premier. Insomma, la stella polare di Davigo è la massima - che lui ripropone all'inizio del suo intervento a Di Martedì - di un polemista americano dell'Ottocento, secondo cui «in democrazia chiunque può diventare presidente. Comincio a temere che sia vero». E nulla ha rappresentato il «degrado raggiunto in questo Paese» quanto il conflitto di attribuzione sollevato sul "caso Ruby" nipote di Mubarak: «Lei marocchina, lui egiziano». Davigo è in buona compagnia. Sulla stessa lunghezza d'onda dell'ex togato di Palazzo dei Marescialli c'è naturalmente l'ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, secondo cui l'elezione di Berlusconi al Quirinale sarebbe «totalmente inopportuna». Ma la voce per eccellenza contro l'ipotesi "Cavaliere sul Colle" è il Fatto Quotidiano. Ieri il giornale diretto da Marco Travaglio ha rilanciato la proposta - ideatore l'ex direttore Antonio Padellaro - di eleggere alla presidenza della Repubblica il senatore a vita Liliana Segre. Da qui l'avvio di una petizione, con tanto di adesioni sulla piattaforma change.org, per sostenerne la candidatura.

 

 

 

MEGLIO LA SEGRE

Esemplare la prima pagina di ieri: «B. inizia lo shopping. Noi votiamo la Segre». A pagina tre, per essere più chiari, ci sono le istruzioni per l'uso: «Commuove Segre al Colle. Sì a lei, no al Pregiudicato». Un articolo che riporta le opinioni dei lettori sulla contrapposizione tra il senatore a vita e l'ex premier. Già l'ex premier, che Travaglio definisce così: «L'unico candidato ufficiale al Quirinale è un vecchio puttaniere, pregiudicato e finanziatore della mafia che infesta l'Italia dagli anni Settanta». Quasi quasi viene voglia di rivalutare Carlo Calenda, che ieri, sollecitato sulla partita per il Colle, si è limitato a dire: «Berlusconi capirà che Matteo Salvini e Giorgia Meloni lo stanno prendendo in giro sul Quirinale». Parole appena un filo diverse da quelle pronunciate da Enrico Letta, segretario del Pd: «Berlusconi ha deciso di farsi prendere in giro da Salvini e Meloni, che gli hanno promesso i voti per il Quirinale». Una partita, assicura il numero uno del Nazareno, che entrerà nel vivo solo dopo l'approvazione della manovra finanziaria.