La solita nota

Luciana Lamorgese, per sabotare Matteo Salvini butta 200 milioni di euro: la manovra al Viminale

Le bollette che aumentano a dismisura stanno mettendo in ginocchio imprenditori e famiglie. In Parlamento i partiti di centrodestra in maggioranza lottano per trovare risorse che possano aiutare i cittadini a superare questa crisi. La politica "di palazzo" invece è impegnata a boicottare i referendum sulla giustizia, che sono l'unico vero segnale di vita di questo Paese da almeno trent' anni, da quando cioè con Tangentopoli la politica decise di lasciare le sorti dell'Italia in mano alla magistratura.

 

E sappiamo come è andata a finire. Così ecco che per puro calcolo politico una parte del governo, quella più vicina all'apparato burocratico di questo Paese, sembrerebbe pronta a bruciare 200 milioni di euro degli italiani pur di lasciare tutto com' è e mettere spalle al muro l'avversario. Di quell'apparato fa parte di diritto e per carriera Luciana Lamorgese, attuale ministro dell'Interno che, forse per fare uno sgarbo al suo grande nemico Matteo Salvini, starebbe pensando di boicottare la consultazione referendaria. Come? Negando al leader della Lega l'accorpamento con le amministrative. Una richiesta del tutto ragionevole avanzata dallo stesso Salvini, tesa a far risparmiare tempo e quattrini agli italiani.

I CALCOLI DELLA POLITICA
Voci di corridoio riportate anche dal Fatto Quotidiano, sembrerebbero, però, far propendere per una doppia consultazione. Le motivazioni che starebbero dietro questa scelta sono chiare: i cinque referendum sulla giustizia per essere validi devono superare il quorum del 50% degli elettori e accorparli alle prossime amministrative potrebbe essere un bell'aiuto. E allora meglio far spendere 200 milioni in più agli italiani piuttosto che darla vinta alla Lega. Perché è innegabile che su questi quesiti Salvini ci ha messo parecchio del suo e allora pensano i suoi avversari - se fa una figuraccia finisce come Renzi nel 2006, quando il referendum sulla riforma costituzionale fallì costringendo l'allora premier alle dimissioni e al conseguente ridimensionamento delle sue ambizioni politiche. In effetti l'aiuto delle amministrative potrebbe essere importante, ma non così decisivo.

Nella prossima tornata- che dovrà essere fissata in una data che va dal 15 aprile al 15 giugno- andrà al voto il 12,3% dei Comuni italiani. Più o meno un migliaio, tra cui anche 23 capoluoghi di provincia e regione come Genova e Palermo. Per questo a molti, non solo a Salvini, sembrerebbe logico accorpare in una sola tornata il primo turno delle amministrative e i referendum sulla giustizia. Ad avvalorare questa tesi c'è poi - se non soprattutto - la questione dei costi, che mai come in questo frangente appare delicato. Già, perché per quanto questo dispiaccia ai professionisti dell'antipolitica, la democrazia ha dei costi. Indire un'elezione costa, indire un referendum pure. E non poco. Allora ecco che accorpare le due consultazioni, soprattutto in un momento delicato come questo, potrebbe essere un segnale da dare al Paese.

 

CONTI IN TASCA
Proviamo a fare due conti. Nel 2016, quando si votò il "referendum Renzi", le spese a carico dello Stato - cioè dei cittadini - furono stimate in circa 300 milioni di euro. Nel 2020 quello relativo al taglio dei parlamentari, vide i costi lievitare a 350 milioni anche a causa delle norme anti-Covid. La chiamata del 2022 rischia di essere ancora più salata. Da un lato perché resterebbero in vigore norme per scongiurare un ritorno in grande stile della pandemia; dall'altro perché gli aumenti delle materie prime colpirebbero anche i referendum. Ad esempio quello della carta sulla quale sono stampate le schede, il cui costo è schizzato alle stelle. Così le spese supererebbero tranquilla mente i 400 milioni di euro. ,teee Questo, come detto, nel caso di mancato accorpamento. Sempre stando alle stime del passato, se amministrative e referendum dovessero tenersi nello stesso fine settimana, ecco che si risparmierebbero di colpo almeno 200 milioni di euro, cioè il 50% di quello che costerebbe organizzare solo i referendum.