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Luigi Di Maio, la scissione: ecco tutti i nomi del suo nuovo partito, è un terremoto

di Elisa Calessi sabato 18 giugno 2022

 Luigi Di Maio

3' di lettura

Mancano ancora molti capitoli alla fine, ma nella guerra intestina che si sta consumando nel M5S appare più chiaro un dato: difficilmente Giuseppe Conte e Luigi Di Maio resteranno nello stesso partito. Il punto, allora è capire cosa hanno in mente i due. E da ieri c'è un indizio in più. Che porta a lui, il ministro degli Esteri. L'idea su cui Luigi Di Maio starebbe ragionando è quella di dar vita a un soggetto politico che raccolga l'eredità di Mario Draghi, che esplicitamente sostenga questo governo. Un soggetto che diventerebbe decisivo, a livello parlamentare, nel caso in cui Conte - magari in occasione del voto sulle risoluzioni del 21 giugno - dovesse decidere di ritirare l'appoggio al governo o di uscire dal governo restando in maggioranza. Sarebbe questo il disegno sotteso all'attacco, ancora durissimo, che ieri Di Maio ha sferrato. Anticipato da un altrettanto durissimo post di Beppe Grillo in difesa del limite del secondo mandato (anche se non ha escluso eccezioni).

SECONDO ROUND - Il secondo round arriva in tarda mattinata. Questa volta da Castellammare di Stabia, a margine di una visita alla Fincantieri. «Leggo che una parte del Movimento», dice il capo della Farnesina, «vuole inserire nella risoluzione frasi e parole che disallineano l'Italia dalle alleanze storiche in cui è», mentre «dobbiamo fare di tutto affinché nella risoluzione di maggioranza ci sia il massimo sostegno al premier». Attacca, poi, chi lo ha fatto bersaglio di «insulti personali». Zampata finale: «Temo che questa forza politica rischi di diventare una forza politica dell'odio». Ancora: «Non è chiara qual è la nostra ricetta per il Paese, ci sarà un motivo perché il Pd sale e noi scendiamo, forse perché non abbiamo ben chiare quali sono le ricette per le partite Iva, per gli imprenditori, per i lavoratori». Ed è a questo punto che arriva l'indizio sul futuro.

Gli viene chiesto della votazione sulla regola del doppio mandato. Risposta: «Questa è una forza politica che non sta guardando al 2050, ma che sta guardando indietro. Allora che senso ha cambiare la regola del secondo mandato? Io invito gli iscritti a votare secondo i principi fondamentali del Movimento, li invito io, perché questa è una forza politica che si sta radicalizzando all'indietro».

Come dire: se davvero si vuole mantenere questa regola, significa che il M5S ha deciso di restare rivolto al passato. Manca l'ultimo passaggio, ossia l'annuncio che in un movimento del genere, lui non si riconosce più. La verità è che il tema del secondo mandato è il vero discrimine. Se non si cambia, infatti, non verrebbero ricandidati circa 70 su 227 parlamentari. Gente che potrebbe costituire un nuovo e numeroso gruppo.

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IL FONDATORE - Poco prima, Beppe Grillo sul suo blog aveva pubblicato un lungo articolo in difesa del limite dei due mandati. «Appare sempre più opportuno estendere l'applicazione delle regole che pongono un limite alla durata dei mandati», scriveva il fondatore. «Alcuni obiettano che un limite alla durata dei mandati non costituisca sempre l'opzione migliore. Ciò è possibile, ma il dilemma può essere superato in altri modi, senza privarsi di una regola la cui funzione è di prevenire il rischio di sclerosi del sistema di potere, se non di una sua deriva autoritaria». Parole che i "contiani" interpretano come rivolte a Di Maio. Una lettura smentita dai "dimaiani" che osservano come Grillo dica che «il dilemma può essere superato in altri modi». La vicepresidente del M5S, Alessandra Todde, accusa Di Maio di stare «cercando la scissione».

Forse è presto per dirlo. Certo è che nell'inner circle di Di Maio c'è chi lo spinge perché dia vita a un nuovo soggetto che sostenga Draghi. Un'area di centro che raccolga personalità diverse, da Giuseppe Sala a esponenti "governisti" di altri partiti. Nel nome di Draghi, ma senza Draghi. Non è un caso che nelle parole pronunciate anche ieri da Di Maio l'argomento principale, di rottura con Conte, sia la linea di politica estera del governo. 

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