Fermi i decreti attuativi

Mario Draghi, i dem ostacolano le sue riforme: manca la firma di un ministro...

Sandro Iacometti

Per carità, di agenda Draghi nessuno vuole più parlare. Persino Enrico Letta, dopo averla sbandierata per qualche settimana, ha ammesso che «porta malissimo». Ma l'eredità del governo guidato dall'ex premier, bruscamente mandato a gambe all'aria da quei mascalzoni di M5S con la complicità di Forza Italia e Lega, quella sì, viene rivendicata con orgoglio quotidianamente da tutto il popolo dem, dal segretario in giù. Peccato  che ad azzoppare le riforme dell'ex capo della Bce ci siano proprio loro, gli uomini del Pd. Non militanti di passaggio, ma esponenti di spicco come Andrea Orlando. Già, sembra che il ministro del Lavoro continui a tenersi nei cassetti importanti provvedimenti che aspettano solo la sua firma per diventare operativi.

 

 

 

DOTE ECONOMICA

Non leggine di poco conto, ma riforme di un certo peso, che si portano dietro anche una discreta dote economica. A non vedere la luce, ad esempio, c'è il decreto interministeriale Lavoro-Economia, che doveva essere varato a giugno e ha il compito di rifinanziare con un miliardo di euro di risorse europee il Fondo nuove competenze per il 2022. Una volta emanato sosterrà i datori di lavoro privati per la stipula di accordi collettivi di rimodulazione dell'orario di lavoro per consentire ai dipendenti di partecipare a specifici corsi di formazione. Ma è solo l'inizio. Come riporta il Sole 24 Ore, che si è andato a spulciare un po' di documenti, tra i decreti attuativi in attesa di competenza del ministro Orlando c'è anche quello sull'individuazione dei criteri e modalità di utilizzo delle risorse di un Fondo denominato "Scuole dei mestieri", pewr favorire una maggiore integrazione tra il sistema delle politiche attive del lavoro e il sistema industriale nazionale, la transizione occupazionale e la formazione dei lavoratori attivi nell'ambito dei settori particolarmente specializzanti. Insomma, roba che serve subiil to, per tentare di superare mancato incrocio tra domanda e offerta e rilanciare finalmente quelle politiche occupazionali di cui Orlando parla da mesi, annunciando la rivoluzione. Non è finita. Certo, il lavoro e la formazione sono importanti. Ma, udite udite, tra le riforme che il leader dem tiene impantanate nei suoi uffici c'è anche la certificazione per la parità di genere. Si tratta di un decreto (scritto a quattro mani col ministero delle Pari opportunità), che dovrebbe contenere le indicazioni delle misure formative che consentono l'accesso ad un fondo con una dotazione di 3 miliardi. Obiettivo: svolgere una serie di attività propedeutiche per l'ottenimento della certificazione di parità di genere.

 

 

 

DIMENTICANZA

L'unica dimenticanza di cui nessuno a sinistra farà una colpa ad Orlando riguarda il reddito di cittadinanza. Qui probabilmente il ministro riceverà robuste pacche sulle spalle. Il ritardo riguarda infatti il piano di verifica dei requisiti patrimoniali inseriti nella dichiarazione sostitutiva dai percettori del sussidio grillino. In questo caso, va detto, il ministro dem non è l'unico colpevole. Per evitare di rendere operativa la stretta sui controlli annunciata alla fine dello scorso anno da Draghi e inserita nella finanziaria, il governo ha attivato un tavolo congiunto con la partecipazione di tutti i soggetti interessati, dall'Inps alla Guardia di Finanza. Solo al termine del confronto il piano vedrà la luce. In altre parole, il reddito di cittadinanza potrebbe far prima ad essere abolito.