Libera scelta

L'astensionismo? Perché è un diritto: non rompete le scatole a chi non vota

Corrado Ocone


 Alla fine l'astensionismo c'è stato, ma non è tracimato. È una buona notizia? Dipende. Per il senso comune italiano per cui, come cantava Gaber, "libertà è partecipazione" (ma si può partecipare alla vita democratica anche in altri modi), astenersi è quasi un reato. Formalmente, il nostro codice ha previsto l'obbligatorietà di esercitare il voto. Anche se la sanzione era andata in disuso con gli anni, questa norma, che si spiegava con le origini democratiche e socialiste piuttosto che liberali del nostro patto sociale, fu cancellata solo nel 1993. Essa però da allora si è trasformata nell'opinione comune che non votare è proprio di esseri spregevoli e immorali. O quasi. Quante volte abbiamo sentito, anche e soprattutto in questa campagna elettorale, il refrain: "Votate come vi pare, ma andate a votare!". E giù fiumi di parole su chi ha combattuto ed è morto per poterlo un giorno fare, e su di noi ingrati. Pura retorica della sinistra imperante nei media e nella cultura!

In verità, per chi crede nella libertà liberale, cioè nella "libertà negativa", la libertà di starsene a casa se l'offerta politica non piace è pari a quella di chi si reca alle urne. È sacrosanta e va accettata perché pertinente all'individuo, che in quanto tale viene prima dello Stato e ne giustifica la stessa esistenza. Certo, si presume che il cittadino che decide di astenersi conosca le regole del gioco e che sa che non votando non potrà decidere il nome di chi siederà in Parlamento (per i referndum con soglia il discorso è ovviamente diverso). Ma se rinuncia coscientemente a questa possibilità, nessuno gliene può contestare il diritto. Ciò non significa però che un valore politico il suo comportamento comunque non lo abbia. E qui veniamo al punto.

L'astensione elettorale, soprattutto quando è elevata, è un dato politico non irrilevante, e come tale va analizzata e giudicata. E deve avere il proprio peso nell'elaborazione dei partiti e nella loro azione. Ma appunto il discorso deve rimanere sul terreno politico, cioè del valore pubblico dei nostri comportamenti in società. La morale lasciamola ben salda nelle nostre coscienze. Fuori di essa, come etica pubblica, ha causato fin troppi danni nel secolo passato . E lo Stato di diritto, di cui tutti si riempiono la bocca ad ogni istante, è ben altra cosa da ogni forma, più o meno velata, di "Stato etico".