Dietro le quinte

Governo, trovato l'accordo nel centrodestra: ecco i dettagli

Fabio Rubini

Un vertice lampo, convocato in fretta e furia, tra i leader dei tre partiti di Centrodestra per iniziare a mettere nero su bianco la formazione del prossimo governo. Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini si sono visti per accelerare le operazioni in vista dell'apertura delle Camere fissata per giovedì. Il faccia a faccia, durato poco più di un'ora, è stato fruttuoso. Non ha sciolto tutti i nodi, ma ha messo le basi per una significativa accelerazione. Dalle prime indiscrezioni emerse la quadra si sarebbe trovata sul numero dei ministeri, che dovrebbero essere sedici: a Lega e Forza Italia ne spetterebbero quattro a testa, a Fratelli d'Italia sette.

 

Tra questi sicuramente quattro saranno occupati da figure politiche e tre da tecnici di area meloniana. Il sedicesimo ministero, dovrebbe essere quello agli Interni, con la scelta che ormai sembra ricadere su un prefetto- anche se la Lega è intenzionata a giocare la carta Salvini fino all'ultimo istante possibile -. Il nome uscito dal vertice sarebbe quello di Matteo Piantedosi tranquillamente ascrivibile all'area "tecnica" del Carroccio. Una soluzione che permetterebbe al Capitano di uscire in maniera positiva da questa situazione.

«NOMI ALL'ALTEZZA»
Prima di affrontare il totoministri, però, facciamo un passo indietro e torniamo al vertice di Arcore. Chi c'era ha descritto il clima come «sereno» e in effetti così è stato, anche se qualche frizione si è registrata. In particolare Lega e Forza Italia hanno fatto notare a Meloni il numero dei ministri tecnici, ritenuto troppo elevato.

Non è un caso che a fine vertice dal Carroccio hanno fatto sapere che «abbiamo nomi all'altezza, di cui nessun tecnico» e che «Salvini non ha rivendicato per sé alcuna posizione specifica». Per questo «la Lega vuole confermarsi mediatrice, nell'interesse della coalizione», ribadendo «le priorità del partito» che sono «la difesa degli stipendi, delle pensioni e del lavoro degli italiani, partendo da un decreto ferma-bollette che, visti i ritardi europei, non può più essere rinviato».

Il fare in fretta e bene è un po' il messaggio che Giorgia Meloni ha dato ai suoi alleati a inizio riunione. «Se e quando dovessi ricevere l'incarico da Mattarella per formare il governo - avrebbe detto la leader di FdI- voglio essere pronta subito». Questo perché «le urgenze del Paese sono così pressanti e le questioni in ballo così importanti che non possiamo perdere tempo». Un'urgenza sulla quale si sono ritrovati tutti d'accordo.

 

Ora il prossimo passo sarà decidere i presidenti di Camera e Senato. Ieri pomeriggio ci sarebbe stato un sostanziale via libera per il leghista Roberto Calderoli a Palazzo Madama. Un nome sul quale puntava forte Matteo Salvini, perché nella Camera alta si giocheranno le battaglie più importanti della legislatura e avere a capo delle operazioni uno che conosce i regolamenti fin nei minimi dettagli sarebbe un bel vantaggio. Una motivazione che, alla fine, sembra aver convinto anche Giorgia Meloni. In questo modo il Carroccio potrebbe digerire meglio un tecnicoseppur d'area - al Viminale e in qualche modo far valere la superiorità della sua truppa parlamentare rispetto a quella di Forza Italia. A sbloccare la casella sarebbe stata anche l'indisponibilità di Ignazio La Russa a ricoprire quel ruolo.

Lui preferirebbe di gran lunga un ministero di peso, magari la Difesa. Al Carroccio andrebbero di sicuro le deleghe all'Agricoltura e alle Infrastrutture. Sugli altri due ministeri molto dipenderà dalle scelte di Matteo Salvini. Il Carroccio ha messo gli occhi su quello alla Famiglia e natalità - rivendicato nei giorni scorsi davanti ai militanti di Saronno- e quello agli Affari regionali. Una soluzione che - rafforzata dalla presidenza del Senato- rappresenterebbe un giusto mix tra ministeri "pesanti" - i primi due - e ministeri "strategici" per il rilancio dell'azione politica del Carroccio. Occhio però allo Sviluppo economico, che stuzzica molto Salvini.

Sempre secondo le indiscrezioni, Forza Italia l'avrebbe spuntata sul ministero degli Esteri che andrebbe ad Antonio Tajani, a coronamento di una carriera volta per intero a queste tematiche. E starebbe puntando anche alla Salute con Guido Bertolaso, che però potrebbe scontare il non buon rapporto personale con Giorgia Meloni (i due erano rivali alle amministrative di Roma del 2016, poi vinte dalla grillina Virginia Raggi).
Tra i ministeri che ballano c'è anche quello alla Giustizia.

Forza Italia ci sta facendo più di un pensierino con l'ormai ex presidente del Senato Elisabetta Casellati, ma alla fine dovrebbe andarci il meloniano Carlo Nordio. Niente da fare nemmeno per la leghista Giulia Bongiorno.

IL NODO DA SCIOGLIERE
Le brutte notizie per Meloni arrivano ancora dall'Economia, che più del Viminale rischia di diventare la vera spina nel fianco per la formazione del governo. Anche perché in quel ruolo non basta l'accordo con gli alleati, ma serve anche il via libera del Quirinale. Ieri la premier in pectore ha ricevuto il "no" definitivo e non trattabile di Fabio Panetta. In questo modo riprendono quota i nomi di Domenico Siniscalco, Vittorio Grilli (entrambi ex ministri) e Dario Scannapieco, amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti. Nei prossimi giorni Meloni, Salvini e Berlusconi si rivedranno per mettere a punto la strategia sui voti alle Camere. 

Se l'accordo su Calderoli regge- e al momento non ci sono motivi per temere il contrario - il vertice potrebbe esserci addirittura giovedì, prima del voto a Palazzo Madama, giusto per formalizzare l'accordo sul leghista e chiudere quello per la presidenza della Camera. Poi, intanto che Mattarella farà partire la giostra delle consultazioni, i tre leader potranno serenamente limare le ultime caselle e presentarsi a tempo di record alle Camere per incassare la fiducia e cominciare a governare.