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Pd, i travagli pre-congressuali dei dem che non sanno da dove ripartire

di Iuri Maria Prado giovedì 8 dicembre 2022

2' di lettura

È impressionante assistere al nulla che reciprocamente le cosche del Pd si rinfacciano e si oppongono nella lotta per l'avvicendamento al potere. Neppure il più benevolo osservatore riuscirebbe infatti a descrivere, se non ricorrendo a complicati arzigogoli o alla vacuità di qualche slogan da scuola di partito, in che cosa consisterebbe mai una differenza, tra i caporioni a confronto, a proposito dell'impostazione politica da tenere da qui in poi, o riguardo alle prospettive di riforma in cui impegnarsi d'ora in avanti, o circa l'idea di opposizione da mettere in campo finché si è minoranza.

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E non nel senso (sarebbe meno preoccupante) che l'uno o l'altro hanno dopotutto le stesse convinzioni e individuano gli stessi strumenti per diffonderle e accreditarle: ma nel senso che quell'uniformità si caratterizza per assenza, per difetto. Uguali e indistinguibili nel nulla piuttosto che diversi per qualcosa. Trattandosi meno di un partito che di una semplice articolazione del potere pubblico, quella presunta comunità politica si atteggia e si muove come un mandarinato spodestato: incapace di coltivare il consenso, perché non era tramite il consenso che stava al potere, e incapace di rinnovarsi perché era esattamente la mancanza di rinnovamento a garantire il perpetuarsi di quel potere.

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Fin quando il consenso altrui l'ha revocato. Il corso dei travagli pre-congressuali del Pd, punteggiato dalle candidature di questo o di quello sostenute ciascuna dai capibastone e dagli oligarchi di rispettiva competenza, si spiega a sua volta con la totale assenza di qualsiasi tratto distintivo dell'uno a petto dell'altro: salve ovviamente le imperdibili predilezioni di ciascuno, ripartiamo dal lavoro o ripartiamo dai diritti, con le opportune variazioni dei diritti che partono dal lavoro e del lavoro che parte dai diritti.

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pd

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