Mentre il Comune di Milano preparava il bando per dare una casa nuova al centro sociale Leoncavallo, Giorgia Meloni a Rimini lanciava il piano casa del governo. La coincidenza immobiliare è un testacoda politico interessante, è il chiodo al quale si appende il quadro del governo della destra e della leadership di Meloni, perché il suo discorso al Meeting di Rimini per alcuni è stato la rivelazione di un fenomeno nuovo che in realtà è presente sulla scena da tre anni.
Ieri ho letto alcuni commenti sui giornali che parlavano della «democristianizzazione» (Antonio Polito sul Corriere della Sera) e del «centrismo» di Meloni (Claudio Cerasa sul Foglio), ma il presunto centrismo di Meloni ha un altro nome, si chiama pragmatismo, non è una questione ideologica, non c’è un trasformismo dei valori, né una furbizia tattica né uno spostamento sull’asse destra -sinistra, è un metodo di governo che fa i conti con le sfide del presente. Dopo tre anni non c’è una novità, ma la continuazione di un lavoro impostato così fin dal primo giorno, è una lunga sequenza di atti, decisioni, frenate e accelerazioni che costituiscono la cifra del governo e lo rendono un esperimento interessante per altri Paesi che invece sprofondano in una crisi di sistema, in una stagione di instabilità e pericolo imminente.
La cosa è tanto vera che Alan Crawford raccontando su Bloomberg la crisi della Francia e il rischio di caduta del governo Bayrou, ha scritto che il governo Meloni è diventato un «bastione di stabilità» e, sempre su Bloomberg, John Authers nella sua newsletter «Points of Return», nel considerare possibile un’ascesa di Le Pen al potere, ha messo nero su bianco che «l’esperienza di Meloni suggerisce che un leader dell’estrema destra non deve necessariamente essere così negativo, se è in grado di mantenere il controllo (Meloni è più sicura nella sua posizione di qualsiasi altro premier italiano da molto tempo a questa parte) e pragmatico. Non è nell’interesse di Meloni o dell’Italia provocare un confronto con l’Unione Europea, quindi non lo ha fatto. Anche Le Pen ha un passato di feroce euroscetticismo, ma non vorrà scatenare una crisi non appena il suo partito raggiungerà finalmente il potere». La «democristianizzazione» fuori dai nostri confini non esiste, il lavoro del governo osservato con le lenti della cultura anglosassone, diventa un solido pragmatismo, è la via possibile (come dimostra il caso dell’Italia) di una destra consapevole dei rischi e delle opportunità in uno scenario dove i governi imprimono con forza la direzione dell’economia e gli imperi sono tornati.
Il piano casa anticipato da Meloni al Meeting di Rimini è un buon esempio del salto tra ieri e oggi. Probabilmente ha contribuito ad alimentare l’idea di Polito sullo scudocrociato in versione Giorgia, così il commentatore del Corriere della Sera ha ricordato il piano casa di Amintore Fanfani (per dire che da allora tutti ci hanno provato e tutti hanno fallito), ma si tratta di un riferimento automatico che è tutta un’altra storia: il piano Fanfani era il poderoso sforzo di economia keynesiana di una nazione che si lanciava nella contemporaneità e alimentava la domanda fluviale di abitazioni delle classi lavoratrici (colletti bianchi e blu, ceto alto, medio e basso) delle aree metropolitane nel dopoguerra e fu definito non a caso la «grandiosa macchina per l’abitazione».
Il piano Meloni-Salvini è un’ottima idea, ma nasce in uno scenario di crisi dell’Unione europea, dove il problema della casa è comune a tutti i Paesi e le soluzioni vanno immediatamente depurate dall’estremismo verde che le rende utopistiche e paradossalmente portatrici di nuove diseguaglianze, come il piano sulle abitazioni green varato dall’Unione europea, scritto in una dimensione parallela dove si sono dimenticati di un dettaglio: chi paga? Il piano Fanfani era quello degli anni del Boom economico, quello di Meloni-Salvini sta muovendo i primi passi in una dimensione di rottura delle certezze su cui si fonda l’Ue, a cominciare dal “nuovo” Patto di stabilità che è già invecchiato, diventando un esercizio di sadomasochismo economico. Se l’Unione vuole competere con la Cina e gli Stati Uniti, per non fare la fine manzoniana del vaso di coccio tra i vasi di ferro, non può correre con le catene ai piedi. Servono nuovi strumenti e nuove regole.
Per costruire la casa, servono le fondamenta. Tre sono i punti d’attacco: 1. Il prezzo. I valori immobiliari sono alti e le capacità economiche di tanti - soprattutto tra i giovani sono insufficienti per l’acquisto e l’affitto (i prezzi tra il 2015 e il 2023 nell’Ue sono aumentati del 48%, gli affitti sono saliti a +18% tra il 2010 e il 2022). Comprare casa significa impegnare il proprio futuro, pagare le rate del mutuo e contemporaneamente finanziare i bisogni quotidiani, quelli primari, gli investimenti di lungo termine - come l’istruzione dei figli - e la costruzione e maturazione della pensione; 2. La famiglia. È uno dei punti chiave del programma di centrodestra e fa i conti con risorse finanziarie limitate e un «europeismo» anti-occidentale che considera il problema delle nascite come un nemico ideologico. L’inverno demografico, come in tutto l’Occidente, ha ragioni profonde, culturali, ma è influenzato anche dall’insicurezza di non avere un’abitazione propria, la casa è il luogo da cui parte qualsiasi progetto di futuro; 3. I finanziamenti. Secondo l’Ance, l’associazione dei costruttori, attingendo da varie voci di fondi statali e europei, si possono mobilitare risorse pluriennali per 15 miliardi di euro, non è un’impresa facile e le voci del Bilancio dello Stato appaiono ingessate e su molti punti incomprimibili, il lavoro più importante è quello di scoprire le nuove fonti per finanziare la costruzione di nuovi alloggi e la rigenerazione urbana.
Il cantiere del centrodestra è aperto, c’è molto da fare, come ricordava all’inizio della legislatura Giancarlo Giorgetti, «non sono i cento metri, è una maratona». Siamo in un altro mondo. Non è quello della Balena Bianca, questo non è l’oceano dove possono nuotare cetacei centristi, siamo in mezzo ai barracuda e agli squali.